Firenze, 21 mag – Palazzo Vecchio è il simbolo politico di Firenze. Ma non solo, in quanto storia e arte vivono al suo interno: le rovine di un antico teatro romano su cui poggia l’imponente costruzione medievale impreziosita, ancora oggi, dalle trasformazioni architettoniche rinascimentali. Tra le opere di Michelangelo e del Vasari, nella cornice del Salone dei Cinquecento, poche settimane fa è stato svelato al pubblico – alla presenza di Antognoni e Batistuta, due artisti del pallone fiorentino – il progetto per il rinnovamento dello stadio cittadino. Al netto di ogni opinione in merito, tra il dire e il fare comunque – lo abbiamo visto anche con le vicende del “nuovo” San Siro – c’è di mezzo il mare e di qui a quando lo stadio Artemio Franchi avrà completato l’opera di ristrutturazione (probabilmente) ne sarà passata di acqua sotto i ponti dell’Arno.

Firenze, un nuovo stadio per una passione crescente

Per capire l’importanza e le peculiarità della struttura, tutelata dalle Belle Arti e ancora oggi tra le più importanti del patrimonio architettonico italiano, occorre fare qualche passo indietro, almeno fino alla seconda metà degli anni venti del secolo scorso. Siamo nel 1926 quando l’aristocratico Luigi Ridolfi da Verrazzano – combattente nella Grande Guerra, futurista e pioniere sportivo – fonda la Fiorentina. L’entusiasmo crescente per questa pratica postera del calcio storico rende quindi necessaria la costruzione di un nuovo e adeguato impianto. A dare forma al progetto è Pier Luigi Nervi, ingegnere che proprio con quest’opera si farà conoscere al mondo. Progettato nel 1929 e presentato in via ufficiale l’anno successivo, lo stadio viene intitolato a Giovanni Berta, giovane ucciso (pugnalato e poi gettato dal parapetto di un ponte) da militanti comunisti.

Sport e architettura: la cura dei dettagli

Essendo destinato al giuoco del calcio, particolari attenzioni sono riservate sia al manto erboso che al sottofondo del terreno (ottimo in tal senso il sistema di drenaggio). Inizialmente presente anche la pista di atletica leggera: eliminata in occasione dei Mondiali del ‘90 il suo rettilineo di oltre 200 metri dona all’impianto la caratteristica forma a D che sarà d’ispirazione anche per altri stadi, tra cui la Bombonera di Buenos Aires. A proposito della pianta: secondo le cronache del tempo il fatto che riprendesse la quarta lettera dell’alfabeto altro non sarebbe che un omaggio all’allora capo del governo.

Ma l’odierno Franchi (dal 1991 è infatti intitolato al “miglior dirigente” del nostro calcio) è simbolo del primato italiano anche per architettura e tecniche cementizie. L’accesso alle curve e alla tribuna Maratona – dove inoltre esplode in tutta la sua verticalità l’omonima torre – è consentito da scale elicoidali mentre l’ingresso monumentale fa da contraltare all’elegante pensilina a sbalzo: una riproduzione grafica dell’unico settore (finora) coperto è impressa pure nel passaporto.

Nazionale invitta

Due edizioni dei mondiali, l’Olimpiade del 1960 e l’Europeo del ‘68. Il “Berta” – poi Comunale dal ‘45 al ‘91 – come ogni monumento che si rispetti ha ospitato le maggiori competizioni calcistiche organizzate nel nostro paese. Ultimo, ma non per ultimo, l’impianto fiorentino è anche una fortezza per la selezione italiana. Dal primo incontro del maggio 1933 (2-0 alla Cecoslovacchia) in quasi novant’anni ha ospitato la nostra nazionale per 30 incontri. Il risultato? 22 vittorie e 8 pareggi. Storia, bellezza e identità: uno stadio nato per la viola che sa tingersi anche d’azzurro.

Marco Battistini

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