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Elogio del catenaccio quando ci pare, o del calcio all’italiana

by Eugenio Palazzini
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catenaccio gioco all'italiana

Roma, 7 lug – Gli stessi che ci ammorbavano con il tiki taka, il bel gioco alla spagnola, oggi festeggiano la vittoria del catenaccio ribattezzato all’uopo tuca tuca. Simpatica trasposizione in onore alla Carrà che non significa nulla ma fa molto nostalgia nazionalpopolare. Eppure noi che al tiki taka abbiamo sempre preferito il tiki tackle, di fronte a questo dietrofront della stampa sportiva ce la ridiamo di gusto. In fondo il giocoliere ci fa sorridere, il giocatore sussultare. Avrete già letto acute dissertazioni sul tema e udito discettare i Severgnini di turno. “E’ stato un finto catenaccio perché con il 30% di possesso palla l’Italia ha fatto soltanto un tiro in meno della Spagna”, fanno notare gli attenti interpreti della tattica. Mirabolanti osservazioni di chi trova cool, quasi pop, scrivere di calcio in una notte magica della Nazionale. E altrimenti no, è troppo poco intellettuale. Poi ti imbatti nella prima pagina dell’Equipe e scopri che a volte i francesi quando parlano d’Italia ne azzeccano una: “L’Allegria”, titola il quotidiano transalpino. Ed evitiamo volentieri di pensare che il riferimento sia alla canzone che Jovanotti ha passato a Morandi, altrimenti cambiamo subito idea sui francesi che ogni tanto ci prendono. Sta di fatto che quel catenaccio, che nessuno vuol chiamare catenaccio (nemmeno il grande Trap) è pura poesia. Conserviamo quell’allegra spensieratezza pure quando ci assediano. Danza d’acciaio.

Il catenaccio, l’essenza del calcio all’italiana

L’essenza del calcio italiano è questa: stringere i denti ridendo, in barba al tedioso palleggio. Poi, se ci va, palleggiamo noi e facciamo girare la testa agli altri. Ma solo se ci va. Altrimenti soffriamo, sudiamo e imprechiamo per 90 minuti e oltre. Non lo troviamo divertente e neppure vogliamo che lo sia, divertente. Mica siamo in spiaggia a Copacabana, fateli voi i numeri da prestigiatori della bola, noi falciamo le caviglie. Perché il giuoco del pallone ce lo viviamo così, chiudendo ogni varco e ripartendo quando scorgiamo il pertugio che lor signori dimenticano di coprire. Nel frattempo picchiamo e fingiamo di averle prese, angeli e demoni della scorrettezza raffinata. Tergiversiamo, perdiamo tempo irritando pubblico e avversari. Ci subiscono tutti per questo, pure quando dominano. Questione psicologica di chi ha un solo modus pensandi. Noi no, noi siamo indecifrabili, noi che il calcio virile lo abbiamo tirato fuori a Firenze prima che gli inglesi si inventassero le regole moderne. Siamo fatti così, fastidiosi, tignosi, sublimi nell’arrocco. Ci basta un tiro a giro (l’abbiamo reso di moda noi, pure quello, toh guarda), oppure una palla sporca scippata in area, o ancora una ripartenza a campo aperto.

Quando Kissinger spiegò il catenaccio

E si può perdere lo stesso, eccome se si può perdere. Accade di solito quando non ci sottovalutano, rara arguzia di chi usa sbeffeggiarci preventivamente. Auspichiamo che invece ci caschino pure a Londra: dite che siete più forti voi, autoconvincetevi, celebratevi nei pub tra una pinta di birra e un pesciolino fritto. Evitate di seguire l’analisi sopraffina di Henry Kissinger, uccellino della politica estera americana che già nel 1986 tramando contro di noi capì tutto di noi, purtroppo.

“Lo stile italiano riflette la convinzione nazionale, forgiata dalle vicissitudini di una storia antica, che la feroce lotta per la sopravvivenza debba basarsi su un’attenta gestione delle energie”, scriveva Kissinger. “L’obiettivo iniziale delle squadre italiane è quello di costringere l’avversario a uscire dal suo piano di gioco, di rompergli la concentrazione e di indurlo ad abbandonare il suo stile preferito. Nelle prime fasi di una partita, la squadra italiana tende a sembrare distruttiva e puramente difensiva, uno stile raggiungibile solo con estrema durezza e disciplina. Ma una volta che la squadra italiana ha imposto il suo modello, può giocare il calcio più efficace, persino più bello del mondo, anche se non sprecherà mai energie semplicemente per avere un bell’aspetto”. Notate qualche similitudine con l’ultima partita contro la Spagna?

A Wembley come sulla strada di Watling

Non chiamatelo catenaccio, se preferite. Chiamatelo pure gioco all’italiana. Consapevoli però che Wembley per noi è come la strada di Watling, battaglia in cui in impressionante inferiorità numerica sbaragliammo i nemici. Era il 60 dopo Cristo ma i romani diedero una lezione di “catenaccio” ante litteram. D’altronde, come scrisse Tacito al riguardo, “se i Britanni consideravano l’entità delle loro armate e i motivi della guerra, quel giorno bisognava vincere o morire”. In quel caso Svetonio Paolino sapeva che combattere in campo aperto si sarebbe rivelata una follia, scelse allora di sistemare le sue truppe in una stretta vallata. Compatte, a testuggine, aspettando. Gli avversari avanzavano scomposti, “giocavano” solo loro, convinti della loro strapotenza. Noi vincemmo, loro perirono. E sì certo, vincere o morire è senz’altro esagerato quando si parla di calcio, è pure il titolo di un libro evocativo di Enrico Brizzi sul calcio in camicia nera. Altri tempi, si dirà. Poco importa, sappiamo sempre come fare, domenica prossima come allora. A Wembley, col catenaccio all’italiana, se ci va, se c’è bisogno.

Eugenio Palazzini

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