Roma, 27 feb – Calcisticamente parlando ci sono degli avvenimenti all’interno di un partita che incidono più di altri nel corso dei 90 minuti: nella breve intensità di un mondiale possono veramente decidere – in un senso o nell’altro – le sorti di una determinata selezione. L’infortunio di un giocatore fondamentale può segnare in negativo il percorso della propria nazionale o – al contrario – fare in modo che la storia possa essere scritta in maniera decisamente inaspettata.

Come in Germania nell’estate del 2006, più precisamente il 22 giugno. Ad Amburgo l’adduttore di Alessandro Nesta costringe – per la terza volta in otto anni – uno dei più forti difensori di sempre a salutare anzitempo la competizione iridata. In una gara comunque insidiosa – un punto contro i cechi basterebbe, ma vincere vorrebbe dire evitare il Brasile – Marcello Lippi butta nella mischia un ragazzone al quale in patria sono appiccicate etichette – violento e provocatore su tutte – a dir poco fastidiose.

Marco Materazzi, l’idolo dei tifosi

Quel marcantonio di 193 centimetri risponde al nome di Marco e di mestiere, fa per l’appunto, il centrale difensivo. Cresciuto nella Lazio e affermatosi nel Perugia, da qualche anno combatte per i colori dell’Inter. Nonostante i pochi successi fino ad allora ottenuti in nerazzurro è l’idolo della Curva Nord: le magliette sono sempre sudate, nei momenti negativi mai si nasconde e – d’altronde, il calcio non è gioco per ballerine – all’avversario di turno riserva trattamenti a dir poco ruvidi. Chiedere conferma a Shevchenko (in più occasioni: scarpata sul costato, colpo di tacco volante, “stincata” nelle parti basse) o Ibrahimovic, vittima invece di una memorabile quanto pericolosa forbice. Il “solito” Materazzi, lo schernisce il salotto buono della pedata italica.

Una riserva di lusso

Ma torniamo a quell’assolato pomeriggio teutonico. Infatti – come se non bastassero le doti da marcatore di altri tempi – il numero 23 ha pure vizietto di buttarla dentro spesso e volentieri. Bastano pochi minuti di gioco per sbloccare l’incontro con la specialità della casa: un imperioso colpo di testa su angolo telecomandato di Francesco Totti. Dirà negli spogliatoi: “Entrare al posto del miglior difensore del mondo e segnare dopo 10 minuti è una cosa stupenda. So bene qual è il mio ruolo: riserva. Ho davanti a me due fenomeni.”

Ma, a dir la verità, il fenomeno decide di farlo lui. 17 giorni più tardi a Berlino, in una partita decisamente delicata, la Francia si porta in vantaggio con il cucchiaio beffardo di Zidane: sempre sugli sviluppi di azione da bandierina è ancora Materazzi a salire in alto e fissare il punteggio sull’1-1 con la sua seconda – e ultima – rete in maglia azzurra. Non contento, con la finale che si avvia verso i calci di rigore, fa espellere il miglior tiratore dei transalpini (lo stesso capitano di origini algerine) e, ciliegina sulla torta, sigla una delle cinque battute dal dischetto ormai impresse nella storia.

Le altri rivincite di Matrix

Alla fine il suo ruolo è quello del protagonista assoluto. Una bella rivincita che si completerà poi con la casacca nerazzurra: se nella stagione 2006/07 arriva in doppia cifra e mette la sua firma sulla gara-scudetto di Siena, nel 2010 – anno del Triplete – è prezioso uomo spogliatoio, con Mourinho che gli concede la meritata passerella nella vittoriosa finale Champions del Bernabeu. Campione d’Italia, campione d’Europa, campione del mondo: il “solito” Materazzi è quello con una coppa alzata al cielo.

Marco Battistini

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