Roma, 20 feb – Distrazione, metafora, religione: da qualunque punto di vista lo si possa guardare quello del calcio non può essere mai ridotto a semplice giuoco. Una calamita che ci attrae fin da bambini, spingendoci ogni domenica a presenziare sugli spalti. Come ricorda lo scrittore inglese Nick Hornby nel suo romanzo d’esordio Fever Pitch, sono fasi che non verranno mai superate.

Diverso è il discorso per chi del pallone ne fa una professione: molto spesso l’impegno lavorativo attenua – se non annulla – l’ardore adolescenziale. Ma non sempre è così: dal livornese Lucarelli fino al laziale Di Canio sono diversi gli esempi di calciatori i quali, seppur lontani dalle loro curve, ne hanno sentito costantemente l’irrinunciabile richiamo.

Giampiero Pizi, una vita da mediano

L’attaccante, si sa, è colui che si prende titoli e prime pagine e, non a caso, i suddetti centravanti sono gli esempi più conosciuti di giocatori-sostenitori. Discorso diverso per chi – in mezzo al campo – si prende l’onere e l’onore di fare il lavoro sporco: non avvezzo alle copertine ogni buon centrocampista difensivo riesce, senza farsi notare, ad essere onnipresente. Come Giampiero Pinzi, infaticabile mediano – anzi centrocampista a tutto tondo: centrale puro, mezzala ma anche trequartista “fisico” – ex capitano dell’Udinese. Lo storico numero 66 fa parte di quella schiera (calcistica) il cui nome difficilmente viene riportata nella cronaca stampata del lunedì mattina. Comparsa nelle sintesi tv ma stakanovista dei referti arbitrali: nella sola serie A 140 gialli e 13 espulsioni. A questi si aggiungono una ventina di marcature: poco male per chi ha speso ogni goccia di sudore senza mai tirare indietro la gamba.

L’amante e il primo amore

Rude e sobrio, il ventennio di onorata carriera Pinzi lo lega alle strisce bianconere per le quali combatte in 13 stagioni non consecutive: tra un pallone recuperato e un’entrata decisa sulle caviglie dell’avversario si ritaglia un posto particolare nel cuore dei tifosi friulani. Nella notte in cui gli uomini di Guidolin espugnano Anfield (4 ottobre 2012, Liverpool regolato per 2-3) rimane memorabile il placcaggio – stampato qualche anno più tardi in una maglietta in suo onore – ai danni di Downing, ribattezzato dagli inglesi stessi come best foul ever, il miglior fallo di sempre.

Ma se – a detta sua – l’Udinese è una (seppur storica) amante, questo ragazzo classe ‘79 non ha mai scordato il primo amore. Romano di Centocelle, Pinzi ha sempre riconosciuto pubblicamente la propria fede laziale. Dalla curva al campo il passo è breve: con i biancazzurri conosce il grande palcoscenico della Champions League, esordendo tra i grandi in una vittoriosa trasferta di Kiev. Aggregato, forse troppo giovane, nella miglior Lazio di sempre – la concorrenza lì in mezzo è stellare: Almeyda, Veron, Simeone, Stankovic – si ritaglia anche qualche presenza in Coppa Italia nell’anno (1999/2000) che vede la compagine di Cragnotti conquistare – oltre al secondo trofeo nazionale per importanza – lo scudetto.

Pinzi: “Io mi sentivo un tifoso”

Durante la settimana gli allenamenti, la domenica con la sciarpa al collo. Come quando va in trasferta: parte spesso senza biglietto per ritrovarsi a cercare qualche tagliando nell’albergo dei suoi compagni-beniamini. Succede quindi che, in un lunghissimo pomeriggio primaverile, mentre la Juve sprofonda nell’acquitrino di Perugia, il sole dell’Olimpico risplenda sui nuovi campioni d’Italia. Racconterà: “Quando Marchegiani mi vide al Circo Massimo con un bandierone in mano voleva che salissi con loro sul pullman scoperto, ma io mi sentivo un tifoso”. Ammalato – per dirla con Chinaglia – inguaribilmente di Lazio, nel decennale della morte ricorda Gabriele Sandri con un sentito messaggio: “Sei tu la stella più bella del nostro firmamento, Gabbo Vive”.

Un’altra data piena zeppa di lazialità è infine quella del 26 maggio 2013. Nel tripudio biancoceleste – la famosa “coppa in faccia” ai cugini della Roma – spunta un video girato in curva Nord a pochi istanti dal fischio finale: tra i tifosi in festa, a pochi gradoni dalla barriera che divide campo e spalti, c’è ancora Pinzi. Tra la sua gente, come se fosse uno dei tanti: perché alla fine non c’è tribuna d’onore o salotto televisivo che possa reggere il confronto con quella insuperabile fase.

Marco Battistini

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