Roma, 18 giu – In pochi si ricorderanno di Héctor Castro, allenatore di calcio ma prima attaccante uruguaiano. Da giocatore, a suon di gol, rifilò un calcio in faccia al proprio destino che, beffardo, gli procurò un ostacolo che avrebbe indotto a desistere anche i più tenaci: l’amputazione della mano destra.

Héctor Castro, trionfo della volontà

Castro nasce a Montevideo nel 1904 quando i bambini non avevano la possibilità di fantasticare sul loro futuro, immaginandosi ora astronauta, ora principe azzurro. Non c’erano videogiochi o social per estraniarsi dalla realtà, quindi i piccoli uomini di inizio XX secolo, in Uruguay come in molte altre nazioni, avevano il dovere di pensare al presente. Per questo motivo, Héctor frequenta le scuole serali e, dall’età di tredici anni, inizia a lavorare in una falegnameria durante le ore diurne. Sarà questa la sua scena del delitto, dove la sega elettrica gli porterà via la mano destra.

Questo tipo di incidente avrebbe scritto la parola ‘fine’ sul futuro, lavorativo e sportivo, di chiunque. L’impossibilità di aiutare la propria famiglia a portare il pane a casa sarebbe stato un grosso peso, la sincera morte della speranza di inseguire le proprie passioni sportive avrebbero disegnato un volto duro su quei lineamenti giovanili. Ma Héctor Castro si è scritto da solo il proprio destino.

Il Divin Manco

L’Uruguay stava iniziando una nuova era. Venne abolita la pena di morte, introdotto il divorzio e la nuova costituzione sanciva la scissione tra Stato e Chiesa. La rinascita nazionale portò nuova forza e una maggiore spinta motivazionale a quel ragazzo di Montevideo. Continua a lavorare, facendo quel che può, e porta avanti la sua unica passione: il calcio.

Esordisce a 17 anni nella squadra del Lito di Montevideo. El Manco (il monco), così lo chiamano i suoi fan, inizia a segnare e non si ferma più, attirando le attenzioni del Nacional, la squadra più prestigiosa della capitale. Con la camiseta dei Puros Criollos vince il titolo nazionale, quindi riceve la chiamata di Ernesto Fígoli, Ct della nazionale uruguaiana. Nel 1926, con la Celeste, conquista la vittoria della Copa America, arrivando secondo nella classifica cannonieri. Due anni più tardi, ad Amsterdam, vince anche le Olimpiadi, dove l’Uruguay sancisce in maniera inequivocabile la sua superiorità calcistica.

Nel 1930 vengono organizzati i primi Mondiali di calcio, con sede proprio nella terra del pallone. Con un 6-1 alla Jugoslavia in semifinale e un 4-2 all’Argentina nella finalissima, la Celeste diviene Campione del Mondo e Castro diventerà il Divin Manco. Cinque anni più tardi, l’ex falegname ormai 30enne, parteciperà all’ultimo impegno con la propria nazionale, la Copa America in Perù. Segna nella partita di esordio e nella finalissima, portandosi a casa l’ultimo trofeo da calciatore. Un anno dopo darà l’addio al calcio, dopo aver siglato 145 reti in 231 gare ufficiali con il Nacional. Proprio da questo club inizierà il percorso da allenatore, vincendo sei titoli nazionali (il primo come assistente dello scozzese William Reaside).

Nel 1959, la Patria lo chiama ancora una volta e Castro è pronto a guidare con fierezza la squadra nazionale ma dopo pochi mesi è costretto a rinunciare all’incarico per problemi di salute. L’anno dopo, a distanza di 42 anni dall’incidente, il destino beffardo si ripresenta: un attacco di cuore porterà l’ex giocatore sull’Olimpo dei grandi, consegnando a tutti gli appassionati di calcio il Divin Manco, colui che si arrampicò sul tetto del mondo senza una mano.

Francesco Campa

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