Roma, 28 mar – “Fate la doccia in silenzio, ne parleremo a mente fredda prima dell’allenamento”. E’ questa – parola più, parola meno – la frase tipica di un qualsiasi spogliatoio dopo una cocente (e magari inaspettata) sconfitta. Una regola non scritta che con ogni probabilità accomuna il giocatore di terza categoria a quello che scende in campo nelle coppe europee e – ça va sans dire – dovrebbe valere anche per gli addetti ai lavori. Quando si parla di sport, e in particolare di calcio, il saper analizzare lucidamente a caldo un crocevia importante, come può essere uno spareggio, non è cosa da tutti. L’emotività – l’abbiamo visto, in particolare negli ultimi due anni e per argomenti ben più seri di una partita di pallone, è propensione accentuata del nostro popolo – può far prendere qualche granchio, come capitato a quei giornalisti che al termine del nefasto Italia – Macedonia hanno rimuginato sulla mancata convocazione di Balotelli. Per inciso: il mai stato SuperMario ha collezionato in fila una mesta retrocessione a Brescia (con annesso licenziamento anticipato), un’anonima comparsa cadetta in quel di Monza e la chiamata del più che modesto Adana, oggi quinto – a oltre venti punti dalla capolista Trabzonspor – nel non irresistibile campionato turco.

Il monito di Gravina

Torniamo alla realtà: come brillantemente riportato su queste pagine qualche giorno fa da Valerio Benedetti, uno dei pochi ad aver centrato il punto è stato Sacchi. A rafforzare l’analisi dell’ex commissario tecnico le parole – arrivate più o meno in contemporanea – del presidente federale Gabriele Gravina. Oltre a rinnovare la fiducia all’attuale cittì (al quale si può rimproverare solamente un eccesso di riconoscenza verso i protagonisti di Wembley), si domanda retoricamente se “i nostri giovani non debbano giocare di più nei nostri campionati” e approfondisce con un freddo, ma indicativo dato “in Primavera viene utilizzato solo un 30% dei giocatori italiani”, affondando poi il colpo finale: “sulla Nazionale c’è sempre grande resistenza da parte dei club. E’ vista più come un fastidio, che come momento di unione di un intero Paese“.

Linea verde, questa sconosciuta

Macerie (sportive) e resti. Appunto, chi resta: piangersi addosso è deleterio al contrario di (ri)partire da chi può scrivere le nuove pagine del racconto azzurro. Futuro e giovani, binomio scontato si dirà: mica tanto nel pallone moderno, per lo meno se si parla di connazionali. Il nodo da sciogliere lo evidenzia con accuratezza il selezionatore dell’Under-21 Paolo Nicolato, quando dice che “nella nostra squadra in attacco non gioca più nessuno, qualcuno aveva iniziato, ma quando i campionati vanno verso i momenti decisivi i primi a rimetterci sono i ragazzi. Chi si era ritagliato uno spazio di continuità non ne ha più. Chi non giocava continua a non giocare.”

Linea verde, questa sconosciuta: come fa notare a più riprese la rosea, in Serie A su 220 ipotetici titolari i possibili azzurrini si contano sulle dita delle mani (media schierati per ogni squadra 0,43%), la percentuale dei minuti giocati – compresi Tonali, Raspadori e Ricci – su quelli complessivi è pari al 4%. Fa riflettere inoltre che scendendo di categoria i numeri sono pressoché gli stessi: 0,8% e 7%.

Mentalità vincente cercasi

Altro problema, quello della mentalità. Se vincere (vedi alla voce Euro 2020) non è mai frutto del caso, vero è che talvolta – sempre alla stessa pagina del manuale – può essere l’eccezione. Dal mondiale 2006 in avanti nell’Italia post-calciopoli 15 scudetti su 16 sono stati conquistati da due sole squadre, di cui una storicamente piena di stranieri. Se a questo aggiungiamo il lungo digiuno in termini di coppe continentali il cerchio di chi in carriera ha alzato svariati trofei si restringe: Bonucci, Chiellini – che comunque non sarà eterno – Jorginho e Verratti, con entrambi i centrocampisti leader tecnici ma non caratteriali.

Berardi, una vita a metà classifica nel Sassuolo, è l’esempio lampante: grandissime potenzialità – che danno la sensazione di poter spaccare ogni partita da un momento all’altro – che spesso non fanno rima con la ferocia richiesta per raggiungere determinati obiettivi.

Dopo la catastrofe sportiva, serve costruire

A differenza del ceffone svedese però, dal gancio balcanico ripartiamo con fondamenta decisamente più solide: Donnarumma, Bastoni, Tonali, Barella, Chiesa, Zaniolo, gli stessi Frattesi, Scamacca e Raspadori – a patto che le “grandi” decidano di puntarci seriamente. Le altre soluzioni richiedono tempo, programmazione, volontà di superarsi ma soprattutto amor patrio. Già dall’inutile amichevole di domani sera bisogna iniziare a costruire.

Marco Battistini

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