Roma, 8 nov – Ancora una volta ci troviamo ad affrontare la miriade di problematiche, troppo spesso tenute nascoste dal mainstream, riguardanti la galassia gay. Non sempre, infatti, il mondo Lgbt è tutto rose e fiori come lo dipingono i progressisti, anzi. Oggi affrontiamo un caso scoppiato in Veneto con protagonisti due giovani, conosciuti su una App per incontri, che dopo il primo incontro uno dei due ha abusato sessualmente sull’altro. La vittima degli abusi omosessuali è un ragazzo vicentino di 20 anni. Il Centro antiviolenza locale gli avrebbe rifiutato aiuto in quanto il giovane corrisponde al genere maschile.

Violenze e abusi omosessuali nella comunità lgbt

Dopo il diniego da parte del Centro antiviolenza di Vicenza, stando al racconto del suo avvocato, il giovane ha provato ogni pubblica prassi per ricevere le adeguate assistenze, senza però riscontrare alcun risultato. “Si è recato al Centro di aiuto per la violenza – racconta il suo legale, Alessandra Bocchi – ma gli è stato detto che non ha diritto ad alcun aiuto perché la legge regionale non contempla gli uomini. Gli è stato suggerito di sentire il consultorio familiare, ma a mio avviso non è la struttura giusta per gestire un caso di questo genere”. In questo stesso periodo, l’avvocato Bocchi assiste altri due uomini che si trovano nella medesima situazione, auspicando la creazione di “un tavolo di lavoro per poter assistere in loco le vittime di abusi sessuali di qualunque sesso attraverso un percorso idoneo terapeutico e psicologico”. Per l’avvocato Bocchi: “il ragazzo si è recato al pronto soccorso, dove la violenza sessuale è stata riscontrata. Ma in mancanza di una legge che contemplasse anche gli uomini non è scattato il codice rosa o rosso”. Il legale veneto si riferisce alla legge regionale 5 del 2013, istituita per il tema femminicidi e che prevede l’assistenza pubblica per abusi sessuali unicamente per le donne. Probabilmente uno dei tanti corticircuiti di genere intavolati burocraticamente dal fronte femminista.

L’assurdo pericolo delle assurde relazioni in rete

La notizia degli abusi sessuali sul giovane vicentino, esce però appena un paio di giorni dopo un altra assurda vicenda. Stiamo parlando ovviamente della relazione truffa che ha portato al suicidio Daniele, un ragazzo di 24 anni. Il giovane si era innamorato perdutamente di “Irene”, una “ragazza” conosciuta in rete. La relazione virtuale durò per un anno senza che i due si fossero mai visti dal vivo. A un certo punto, però, Daniele scopre che la sua “fidanzata” non è mai esistita e che, a pigiare sui tasti della chat, era in realtà un uomo adulto di 64 anni. I due si erano scambiati migliaia di messaggi d’amore, con versamenti bancari ancora al vaglio degli inquirenti. Colto da una sofferenza e una vergogna non sopportabile, Daniele decide di farla finita togliendosi la vita. Probabilmente corroso dai sensi di colpa, dopo diversi mesi anche il suo amante virtuale, “Irene”, decide di ricorrere al gesto estremo.

Una società condannata dal libero arbitrio

Storie come queste, purtroppo, nell’indebolita società odierna sono all’ordine del giorno in tutto il mondo occidentale. Attratte da ogni tipo di perversione e distrazione, dipendenze sessuali e petalosi amori in salsa arcobaleno, le web-generazioni del Duemila risultano sempre più confuse, fragili e disorientate. Clinicamente parlando, tutto ciò è il chiaro segnale di una malattia che sta infettando la nostra società, minandone le fondamenta e corrompendone il futuro. Una malattia che qualcuno si ostina a chiamare “libero arbitrio”, dipingendola come la miglior soluzione ai mali del mondo, ma che nel caos che ne deriva riassume il più grande degrado del genere umano.

Andrea Bonazza

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