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Roma, 23 giu – Ogni volta che c’è da prendersela con CasaPound, l’establishment mediatico-progressista si mette la toga della giustizia e della legalità. Vibrano di emozione al pensiero delle 18 famiglie di via Napoleone III che sottraggono “giustizia” ad alti e più nobili scopi. Ma è così? O questo pubblico piagnisteo copre qualcos’altro, ad esempio corposi e inconfessabili interessi? A Roma è risaputo che “il Potere” vero era degli immobiliaristi in simbiosi con la politica; ancora risuona il famoso “A Frà che te serve?” risposto da Gaetano Caltagirone (il più potente “palazzinaro” romano) a Franco Evangelisti, autorevole esponente della corrente andreottiana della Dc. All’epoca CasaPound non c’era ma non c’è dubbio che sarebbero comunque stati vittima delle stesse ansie legaliste-antifasciste perché l’oggetto sociale di CasaPound è appunto la difesa del diritto alla proprietà della casa, e quindi contro chi interpreta la casa come elemento di potere e di arricchimento. 

Gli affari che CasaPound fa saltare

In questo si ispirano al Ventennio quando ebbe grande impulso la costruzione di interi quartieri di case popolari. Benché questo intervento dell’edilizia pubblica sia iniziato nel 1903 (secondo governo Giolitti) e continuato dopo il 1945 (col “Piano Casa Fanfani”), con la Ges.Ca.L (Gestione Case Lavoratori), con l’Ina-Casa etc, l’azione socio-politica di CasaPound evoca lo stracciarsi di vesti, il “pericolo per la democrazia”, i danni milionari per l’erario. In realtà questa ansia di legalità copre ogni volta interessi milionari o addirittura miliardari che più o meno consapevolmente CasaPound fa saltare. Quindi in questo scritto seguiremo il percorso per dimostrare come stavolta si tenti di eliminare CasaPound prima che magari con la sua azione faccia fallire qualche business milionario progettato dalla commistione politica-immobiliaristi.

L’occupazione di via Lima, Ricucci e i furbetti del quartierino

Già nel 2004, appena un anno dopo l’occupazione O.S.A. (Occupazione a Scopo Abitativo) dell’edificio di Via Napoleone III, i giovanotti di CasaPound vanno ad occupare un edificio abbandonato a Via Lima nel quartiere Parioli di Roma, probabilmente senza sapere che sono andati a cacciare il bastone nel nido delle serpi. Su quell’edificio era stato organizzato un business. Stimato nel 2000 ad un valore di 6 milioni di euro, viene offerto da un immobiliarista romano a Confcommercio per 60 milioni di euro, che non si lascia scappare “l’affare” e versa all’immobiliarista Stefano Ricucci (uno dei famosi “Furbetti del quartierino”) un acconto di 39 milioni di euro, che finiscono in un conto alle Cayman e che serviranno a comprare la quota di maggioranza del Corriere della Sera.

Ma c’è CasaPound di mezzo con la sua fissazione di dare casa agli italiani bisognosi. E così una mattina a sgomberare l’edificio si presentano Polizia, Carabinieri, Vigili Urbani e Guardie private. Finiranno tutti in galera perché questo genere di affari necessita di silenzio, mentre con lo sgombero violento si muove la Procura e ne viene fuori che dietro al business c’era il disegno di dare la scalata al Corriere della Sera e affidare all’immobiliarista (coadiuvato da alcune banche) la gestione e la valorizzazione del patrimonio immobiliare Enasarco (il più grande d’Europa) per circa 3 miliardi di euro, ma con una mazzetta di 50 milioni di euro (gli spicci, per pagare aperitivi e tramezzini). Sia come sia, il rapporto della neonata CasaPound col potere romano nasce proprio foriero di tuoni e fulmini: a torto o a ragione gli si imputa di aver fatto saltare un affare miliardario, e di aver impedito che la cordata mettesse le mani sul più diffuso quotidiano italiano e sul più grande patrimonio edilizio d’Europa.

I fatti di Casale San Nicola

Luglio 2015, siamo nel pieno degli sbarchi, delle Onlus che si spartiscono 5 miliardi l’anno e delle Ong che fanno il traghettamento. I residenti del quartiere vengono costretti a forza di botte a cedere la scuola elementare ai “migranti”. Casale San Nicola, difendere gli italiani è un reato. Il pubblico ministero Eugenio Albamonte aveva chiesto per loro pene dai sei ai sette anni e mezzo di carcere. Nei confronti degli attuali imputati la Procura aveva chiesto ed ottenuto alcune misure cautelari. Secondo gli inquirenti era stata organizzata e si era partecipato, con caschi e volti coperti, ad un blocco contro il trasferimento di alcuni stranieri nel centro di rifugiati. A Casale San Nicola andava avanti da tre mesi un presidio per impedire che la scuola elementare del quartiere fosse trasformata a centro per immigrati. Quelli di CasaPound parteciparono a fianco dei residenti del quartiere, ma quando portarono gli immigrati per rimuovere il blocco la polizia ha caricato, ed è agevole verificare dal filmato che ai tafferugli parteciparono quasi tutti residenti nel quartiere essendo in quel momento presenti solo in pochi di CasaPound. Ma furono condannati solo loro, per irrogare una “pena esemplare” a chi si era opposto all’arrivo di immigrati clandestini aka richiedenti asilo in un quartiere.

Benché il Pm Albamonte avesse chiesto condanne a sette anni, poi al processo ci furono condanne a tre anni e sette mesi, in sostanza i nove di Casapound si sono spartiti più di 32 anni di carcere, per gente incensurata che aveva fatto resistenza passiva senza che si fosse ferito nessuno (un poliziotto si fece refertare 5 giorni).

Gli sgomberi di Via del Colosseo

Siamo a settembre/ottobre 2016 e a Roma è stata appena eletta Virginia Raggi. Qualcuno ha progettato un altro business miliardario, ma CasaPound si mette di mezzo. Stavolta finiscono in manette in otto, ma il business salta lo stesso. Nel 2014/2015 il settore immobiliare si è già incancrenito, e dove prima si costruivano interi quartieri ormai da anni l’economia soffre per gli effetti della crisi finanziaria del 2008, la diaspora giovanile che non permette di comprarsi/affittarsi casa, i prezzi alle stelle per una idiota “bolla immobiliare” creata ad arte qualche anno prima etc. Qualcuno concepisce un affare miliardario basato sul commercio di appartamenti “valorizzati”, in sostanza cacciare in strada gli inquilini degli appartamenti comunali, venderli all’asta, valorizzarli (da zero passano a 10-15.000 euro al metro quadro) e poi rivenderli con profitti stratosferici. Gli appartamenti di pregio andranno agli immobiliaristi, mentre le stamberghe di periferia agli immigrati, amatissimi da ogni amministrazione. Ma rimane il problema di come fare a cacciare in strada migliaia o decine di migliaia di famiglie.

Qualche testa d’uovo concepisce di preparare un elenco di 60 mila potenziali “sfrattandi” (a occhio circa 250 mila persone) basato sulle posizioni “irregolari”, ma esiste una legge nazionale del 1999 che obbliga a “regolarizzare” gli irregolari, a Roma disattesa come se non esistesse. Con una delibera del 2015, e recependo dopo 14 anni la legge del 1999, il sindaco Ignazio Marino di fatto stopperebbe il tutto, ma viene sfiduciato e si deve dimettere. E viene sostituito dal Commissario Prefetto Tronca, che si affretta a mandare in Procura i 60 mila contratti da “rivedere”, ma si capisce anche che questa lista di proscrizione era già stata preparata con Ignazio Marino. Si prospetta un business miliardario. Ma…Il 22 Giugno viene eletta sindaco Virginia Raggi del M5S, che già a settembre comincia gli sfratti. E a via del Colosseo comincia la battaglia con CasaPound.

Ma nell’elenco di chi si tenta di buttare in strada appaiono situazioni raccapriccianti che commuovono l’opinione pubblica, che pur aveva votato ed eletto questa donna spietata: una anziana signora che vive a Testaccio attaccata al respiratore, una bambina a San Saba che è sorda, cieca e muta, immobilizzata a letto (un errore dei medici alla nascita). Il padre facendo presente la tragica situazione della famiglia (altri due figli, la moglie non può lavorare per accudire H24 la bimba di 13 anni tetraplegica…) fece appello all’allora sindaco Veltroni, che gli assegnò una casa comunale nel quartiere di San Saba, vicino a un ospedale. Ma nulla frena la spietata sindachessa, gli appartamenti a San Saba valgono 10/15 mila euro al metro quadro; con la bambina paraplegica dentro non valgono niente: se ne deve andare. Mai a Roma si era vista una ferocia del genere, forse al tempo di Nerone o di Caligola, ma dopo mai.

In questo contesto si svolgono i fatti di via del Colosseo che vedono schierati da una parte CasaPound a difesa di due nuclei familiari, dall’altro la sindachessa che manda un reparto di “Swat comunali” e il Pm Nardi della Procura di Roma che dirige le operazioni. Si comincia con una campagna stampa contro “i furbetti del Colosseo”, dove i giornali degli immobiliaristi e dell’establishment tentano di far passare i due nuclei familiari come “abusivi” lasciando credere all’opinione pubblica che essi sono “illegali”. In realtà sono nel loro diritto e sono disposto, anzi auspico, a sostenerlo in qualsiasi Tribunale avendo io stesso formato i relativi dossier e verificato tutti i documenti: in sostanza ai due inquilini da ben 30 anni faceva pagare una “indennità di occupazione” e le spese condominiali senza mai regolarizzarli. E non erano affatto “occupanti abusivi”, perché in entrambi i casi circa 30 anni prima erano deceduti i parenti titolari del contratto ed era loro diritto restare nell’alloggio.

Ma il business non ammette debolezze: quelle due stamberghe di 50 e 25mq costruite nel 1600 con gli inquilini dentro non valgono niente, trasformati in “loft” valgono 15-20 mila euro a mq. E quindi 1,5 milioni di euro, e il progetto è di farlo su 60 mila appartamenti.

Questo il video riassunto di quei giorni che consentono di evitare di dettagliare in questa sede la storia, ma occorre precisare che:

– Il “Raggio magico” intorno alla Spietata Sindachessa finisce in galera.

– Il Pm Nardi che aveva diretto le operazioni assistendo senza intervenire alla distruzione del mobilio delle due famiglie (per sfregio, evidentemente) finisce in galera (“aggiustava” le inchieste in cambio di quattrini, appartamenti, terreni e diamanti).

– L’allora vice comandante dei vigili Antonio Di Maggio quel giorno ha fatto rompere quattro costole al capofamiglia che non aveva consegnato in fretta le chiavi di casa, e poi lanciato egli stesso il mobilio dalla finestra, è stato premiato con la promozione a capo dei Vigili Urbani con stipendio annuo da 128.000 a 170.000 euro circa.

Dopo la cieca violenza di quel giorno con botte, arresti, brutalizzazione di anziane, distruzione dei mobili, portoni murati, bambine fermate in strada come delinquenti abituali, etc, la spietatezza che doveva essere la chiave del successo sul business dei 60 mila appartamenti non ha pagato, grazie al fatto che i militanti di CasaPound si sono fatti arrestare in 8 per difendere le due famiglie. E quindi le aste immobiliari sono andate tutte deserte, anche chi aveva ordito il disegno criminale per guadagnarci sul piano politico-economico poi non se la è sentita di mandare i suoi scagnozzi a comperarsi gli appartamenti, tant’è che a via del Colosseo il portone ancora è murato da quasi tre anni.

Sgomberate CasaPound!

Il 4 giugno scorso esplode la notizia: sequestrato l’edificio, sgombero di CasaPound! Più o meno questo il titolo di tutti i giornali coi giornalisti “de sinistra” in preda a un orgasmo incontenibile, tutti sudati. Aveva cominciato la sindachessa invocandone lo sgombero. Difficile credere alla vulgata dell'”ansia del ripristino della legalità”. Leggendo il decreto del sequestro dell’edificio di Via Napoleone III scopriamo che il Pm Albamonte lo ha chiesto indagando 16 persone per gli art. 110, 633, 639, che sono occupazione abusiva di immobile.

Ma vediamo anche la richiesta per art. 604 bis comma 2 che recita:

– È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni.

Quindi il Pm Albamonte mirava al bersaglio grosso: sciogliere CasaPound quale organizzazione avente come scopo l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. E di far condannare da sei mesi a quattro anni i poveri inquilini dell’edificio. Invece per i dirigenti da uno a sei anni. Ma nel dispositivo di sequestro dell’edificio il GIP dott.ssa Mendola rigetta l’applicazione dell’art. 604 bis comma 2.

Oltrettutto al Tribunale di Perugia il Pm Albamonte risulta abbia una richiesta di rinvio a giudizio (poi prosciolto dal Gup) per una folle storia nella quale il nostro ministero dell’Interno avrebbe agito per creare le false prove del Russiagate per far saltare l’elezione del presidente Trump. In Italia nessuno ne sa niente ma all’estero è di dominio pubblico e ci si aspetta che a breve ci “apre il fascicolo” il Dipartimento di Giustizia americano. Contro il ministero dell’Interno italiano! Per ingerenza negli affari interni americani. C’è da trasecolare. In ultimo con l’esplodere del caso Palamara questo, che promette di non fare il capro espiatorio, per primo chiama in ballo proprio il Pm Albamonte. 

E allora perché l’esplodere di questa ansia di legalità, questa determinazione nel voler sgomberare CasaPound, da parte della sindachessa e del Pm Partigiano? Sembra di stare nuovamente nei fatti di via del Colosseo, e quindi la mia opinione è che qualcuno stia meditando di ritirare fuori l’elenco dei 60 mila appartamenti da sgombrare: metà ai migranti e metà agli immobiliaristi. I Miliardi! I Miliardi! E si vorrebbe togliere preventivamente di mezzo chi tre anni fa fece saltare tutto.

Luigi Di Stefano

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