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Roma, 23 giu – Nonostante le polemiche e le dure condanne della comunità internazionale, nonostante – soprattutto – la pandemia di coronavirus, nemmeno quest’anno i cinesi rinunceranno alla loro annuale scorpacciata di carne di cane al famigerato festival di Yulin. Tutti hanno osservato almeno una volta le testimonianze fotografiche relative alla tradizionale fiera che si svolge ogni anno nel Sud della Cina: immagini di centinaia, migliaia di cani ammassati in gabbie anguste e arrugginite, senza nemmeno lo spazio per voltarsi, macellati sul posto – a volte previa bollitura da vivi – sulla pavimentazione lorda di rifiuti e scarti e senza seguire alcun tipo di norma igienica.

Una situazione comune a tanti wet market della Cina, luoghi in cui spesso venivano vendute e sezionate specie in via di estinzione e su cui l’emergenza coronavirus aveva acceso i riflettori per l’altissimo rischio di zoonosi – la trasmissione, cioè, di infezioni da animale a uomo. Subito dopo l’esplosione epidemica le autorità cinesi hanno bloccato il commercio, la vendita e il consumo di specie selvatiche. Il cane, ahinoi, non rientra tra le specie animali vietate né tra quelle che sono ritenute un serbatoio del virus. 

Tuttavia il festival di quest’anno, secondo quanto riferito da alcuni attivisti che si trovano sul posto per cercare di salvare qualche bestiola, sembra comunque svolgersi «sottotono»: i venditori le loro bancarelle hanno trovato posto in un mercato periferico, e vendono tagli di carne già macellata e tagliata, i visitatori al momento sono pochi, vuoi per la paura del contagio, vuoi perché i cinesi iniziano a mostrarsi più sensibili e meno inclini al consumo di carne di cane, specialmente se si parla della popolazione più giovane delle aree urbane. A proposito di questo lo scorso aprile, per esempio, la metropoli di Shenzhen ha messo (per la prima volta in Cina) ufficialmente fuori legge la vendita e il consumo delle carni dei migliori amici dell’uomo, con pesanti sanzioni per i ristoratori e per chi ne fa consumo.

Se le popolazioni dei grandi centri urbani sono più inclini a lasciare andare le vecchie tradizioni, non si può dire però lo stesso per la Cina rurale, dove l’allevamento dei cani è una grossa fonte di reddito e proteine. «Stando alle conversazioni con i venditori di carne, le autorità hanno spiegato che il consumo di carne di cane non sarà permesso in futuro», riferisce uno degli attivisti di Humane Society International. «Ma il bando sarà difficile, e ci vorrà del tempo».

Cristina Gauri

1 commento

  1. ma che cosa pretendiamo dai cinesi? Non capisco tutto questo meravigliarsi per mangiare i cani. So benissimo che è un usanza barbara e inaccettabile da noi e sono pienamente d’accordo ma è anche vero che ognuno a casa proprio ha il diritto di fare quello che vuole senza interferenze dall’esterno, basta che non valichi i propri confini per esportare le sue usanze. E’ così difficile da capire? E se proprio vogliamo fare qualcosa basta che tutte le volte che ci rechiamo in qualche negozio, spaccio o outlet non comperiamo ciò in cui c’è indicato “Made in China” oppure “Made in P.R.C.” , farlo presente a voce ai commessi e poi uscire. Se lo facessimo tutti indistintamente daremmo un duro colpo a quel paese barbaro che non ha perso i suoi connotati comunisti nonostante abbia indossato giacca e cravatta e scimmiotta l’inglese.

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