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Roma, 21 mag – A causa degli insostenibili costi del lockdown ora il 20% dei punti vendita della grande distribuzione non alimentare italiana rischia la chiusura e di aprire un buco tra i 24 e i 32 miliardi nelle casse dello Stato per il mancato gettito Iva. E il collasso del settore potrebbe «fare perdere il posto di lavoro a un numero compreso tra 220mila e 380mila persone a seconda degli scenari». E’ questo l’allarme lanciato da uno studio sul comparto di The european house-Ambrosetti. «Una situazione così non ce la immaginavamo nemmeno nel peggiore degli incubi», spiega Claudio Gradara, presidente di Federdistribuzione.

Così, se supermercati e iper alimentari hanno per ora evitato la catastrofe dell’uragno Covid, le grandi catene – Oviesse, Zara, Decathlon, Rinascente, Upim fino ad arrivare all’Ikea e a tutte le decine di catene minori – sono state investite da una crisi senza precedenti «senza paradossalmente finire nell’elenco dei settori in crisi stilato dal Cura-Italia» dice Gradara. «Il fatturato 2020 di queste imprese registrerà un calo tra il 36,7% e il 49,4% del giro d’affari», ha calcolato Valerio De Molli, managing partner di The european house-Ambrosetti. Il tempismo dell’epidemia è stato devastante: «chi opera nell’abbigliamento e nella moda si è ritrovato in magazzino collezioni primaverili già pagate e impossibili da vendere».

La distribuzione non alimentare produce un giro d’affari di 301 miliardi l’anno, dà lavoro a 1,4 milioni di persone e investe nel nostro Paese 6,2 miliardi l’anno, (il 6% del totale nazionale). «Senza investimenti non c’è lavoro, né crescita né futuro – avverte De Molli – e non sostenere un mondo che vale, tutto compreso, 542 miliardi pari al 12% del pil è un suicidio per l’Italia». Senza aiuti da parte dello Stato tra il 17,8% e il 20% delle catene non alimentari rischia di non riaprire.

«Anche le grandi imprese come noi hanno bisogno di sostengo per passare questa fase –spiega Stefano Baraldo, amministratore delegato di Ovs –. Servono aiuti sul fronte degli affitti come quelli garantiti alle pmi, magari con crediti d’imposta cedibili, per aiutare le negoziazioni con i locatari ed evitare conflitti tra le parti in causa. Poi vanno sostenuti i consumi abbattendo a zero l’Iva sui prodotti per l’infanzia, come è stato fatto in Gran Bretagna, o con voucher per le famiglie. C’è bisogno pure di un intervento sul cuneo fiscale per evitare licenziamenti», conclude.

Cristina Gauri