Roma, 17 lug – Lisa Camillo è una regista, produttrice e antropologa italo-australiana, di origine sarda, che ha avuto il coraggio di produrre a proprie spese un documentario, Balentes, sullo sfruttamento della Sardegna da parte della Nato. Ha poi scritto un saggio, Una ferita italiana. I veleni e segreti delle basi Nato in Sardegna: l’inquinamento radioattivo e l’omertà delle istituzioni (Ponte alle Grazie,2019). Si tratta, quest’ultimo, di un approfondimento del documentario presentato con grande successo e clamore di pubblico in ben dieci festival internazionali.

La Sardegna, proprio per la sua collocazione geografica e le sue risorse, potrebbe trarre grandi profitti dal turismo e dalla pastorizia, che al contrario sono valorizzati solo in parte. Al contrario l’insipienza, l’omertà e la connivenza politico-affaristica hanno consentito alla Nato di trasformare la Sardegna in una delle più importanti infrastrutture militari controllate dagli Usa a livello internazionale. Infatti, dal 1947 al 1954, in Sardegna sono state edificate basi militari rilevanti sul piano strategico in funzione anti-sovietica. Sia sufficiente pensare che il 60% di tutte le basi militari presenti in Italia si trova in Sardegna. Inoltre la Sardegna è la sede della sperimentazione delle armi più sofisticate dei Paesi Nato, in particolare a capo Teulada, Capo Frasca e Quirra. Ebbene, fra le armi sperimentate, vi sono anche quelle a uranio impoverito che furono utilizzate nei Balcani. Uno dei primi ad aver denunciato questa situazione è stato Mauro Pili, già sindaco di Iglesias negli anni novanta e capo della commissione di inchiesta parlamentare sull’effetto dell’utilizzo dell’uranio impoverito nel 2013. Fu soltanto l’inizio.

Materiale radioattivo


Le indagini del magistrato Domenico Fiordalisi sul disastro ambientale provocato in Sardegna dallo smaltimento illegale di materiale radioattivo all’interno dei poligoni militari, fu un’altra inchiesta di fondamentale importanza. Infatti lo smantellamento di questi rifiuti doveva venire con prudenza e cautela assolutamente particolari, mentre in Sardegna tutto ciò non accadde soprattutto perché maggiore era la quantità di materiale bellico che veniva smaltito maggiori erano le entrate. Inoltre le armi fatte brillare determinarono grandi nuvole di polvere, composte da nanoparticelle composte di torio, fosforo bianco e altri materiali che sono assolutamente devastanti per la salute umana e per quella animale. Per esempio, l’indagine accertò che nel poligono di Teulada erano stati esplosi circa 4200 missili Milan prodotti dall’industria Oto Melara e contenenti torio.

Una terza indagine partì dalle analisi svolte dal fisico Evandro Rizzini del CNR di Ginevra e dalle quali risulta che ci furono 167 militari vittime di torio presente nel poligono di Quirra. Un’altra denuncia significativa fu quella del giornalista e scrittore Carlo Porcedda che, insieme alla giornalista Maddalena Brunetti, documentò quanto avveniva nei poligoni in un libro dal titolo Lo sa il vento, edito nel 2012. Ma altre testimonianze-denunce vengono riportate dalla Camillo.

Per esempio la testimonianza della pediatra cagliaritana Luisa Aru, relativa alla presenza di malformazioni che ebbe modo di rilevare nel territorio di Escalaplano su 12 bambini; quella del veterinario Sandro Lorrai, che nel marzo del 2017 ebbe modo di dimostrare la presenza di  malformazioni negli animali e quella di Antonio Pili, ex sindaco di Villaputzu nonché primario della prima divisione pneumologica dell’ospedale Binaghi di Cagliari, che ebbe modo di stabilire un rapporto diretto tra i casi di malattie tumorali e le attività del poligono di Quirra. Anche Fernando Codonesu, consulente della commissione parlamentare di inchiesta, in qualità di esperto in fisica e ingegneria elettronica, ha avuto modo di denunciare le attività del poligono di salto di Quirra come causa dell’insorgenza di tumori, neoplasie e leucemie tra la popolazione. 

Uranio impoverito

A tale proposito, le indagini compiute dalla dottoressa Antonietta Gatti e da Stefano Montanari attraverso la società modenese Nanodiagnostics Srl, hanno dimostrato, analizzando tramite biopsia epatica il fegato di un giovane militare morto dopo aver prestato servizio al poligono di Teulada, la presenza di metastasi determinate da deposito di detriti metallici contenenti tungstenoMa accanto alle testimonianze e alle indagini mediche e biochimiche, in Sardegna si sono andati formando nel corso degli anni veri e propri movimenti contrari alla presenza dei poligoni militari.

Drammatica è la testimonianza di Gianluca Danise, che nel 2003 ebbe il terribile compito di ricomporre i resti delle vittime dell’attentato di Nassiriya e che dopo una lunga e drammatica lotta contro il cancro, morì nel dicembre del 2015. Questa testimonianza è per certi versi illuminante perché dimostra l’assoluta insipienza dei vertici del ministero della Difesa, che durante la guerra del Kosovo non informarono -a differenza di quelli americani- i militari italiani della presenza dell’uranio impoverito. Proprio nell’ambiente militare la giornalista ha avuto modo di conoscere un uomo chiave e cioè un ex pilota dell’areonautica militare, Domenico Leggiero, che ha fondato l’Osservatorio militare nel 2000, grazie al quale ha potuto dimostrare che i soldati italiani affetti da malattie tumorali sono oggi oltre 7500 di cui 366 sono deceduti.

Veleni tossici

Di particolare significato è la sua testimonianza in merito al ruolo della Sardegna dal punto di vista militare. Infatti, accanto al poligono di Teulada, c’è anche quello di Perdasdefogu. Ebbene, questi due poligoni sono talmente importanti che due terzi del munizionamento Nato viene fatto esplodere proprio in questi due poligoni. Inoltre la penisola di Teulada, un’intera penisola, sottolinea l’ex ufficiale, è interdetta al personale civile. Grazie alle indagini di questo osservatorio è stato possibile accertare che nel poligono di Perdasdefogu viene sperimentato il carburante che sarà poi utilizzato per i missili lanciati in orbita dalla NASA. Ora, l’esposizione diretta o indiretta, comporta comunque una dispersione nell’ambiente di nanoparticelle che determinano patologie tumorali.

Strani affari 

Strettamente collegata ai poligoni sardi vi è anche la raffineria petrolchimica denominata Saras, di proprietà della famiglia Moratti, azienda che produce sotto prodotti del petrolio attraverso la sua raffinazione, i cui danni ambientali – determinati dalle sue emissioni- sono stati denunciati sia dall’associazione Aria Noa che da quella Salve il Mare. Ma è stato soprattutto il documentario OIL, prodotto dal regista milanese Massimiliano Mazzotta e realizzato fra il 2007 e 2008, ad aver indagato sull’impatto ambientale del polo petrolchimico. Questo documentario, sottolinea la giornalista, non solo si occupa delle vicende della Saras, ma concentra la sua attenzione anche “sulle connessioni tra il ministro dell’ambiente Prestigiacomo e le industrie inquinanti della sua stessa famiglia, sul rapporto tra calcio e petrolio, sui finanziamenti a Peace Reporter ed Emergency da parte della famiglia Moratti“.

Ma qual è stato l’atteggiamento dell’istituzioni di fronte a queste denunce e a queste testimonianze? Secondo la Camilli, sia il ministero della Difesa, sia gran parte dei vertici politici italiani e dei vertici militari italiani (per non parlare della controversa perizia fatta dall’università di Siena e commissionata dal ministero della Difesa) hanno cercato ora di negare ora di ostacolare le indagini. A tale proposito sono significative le parole della giornalista: “Il Ministero della Difesa ha posto sul percorso delle varie commissioni di inchiesta diversi ostacoli ricorrendo in modo sistematico all’espediente delle scatole cinesi, in un piano teso a confondere e a  rendere indifendibile il confine della responsabilità“.

Il ruolo di Mattarella

Fra coloro che si sono contraddistinti vi furono l’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ex ministro della Difesa nel 2000, e l’ex capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Moschini. Inoltre, prosegue la giornalista, l’atteggiamento negazionista fu ripetuto anche durante l’intervento dello stesso ministro della Difesa Mattarella nel 2001 al Senato della Repubblica in relazione alla pericolosità dell’uranio impoverito. La conclusione, alla quale giunge la giornalista, è di assoluta condanna morale e politica: “Lo stato italiano ha confermato ancora una volta la sua attitudine (al segreto di Pulcinella) rendendosi ridicolo di fronte agli occhi dell’opinione pubblica non solo italiana. E alla vigliaccheria dello Stato si aggiunge il negazionismo dei vertici militari, che raggiunge l’apice sotto il governo Renzi, quando il ministro della difesa Pinotti, in totale spregio della commissione di inchiesta, dispone attraverso il suo responsabile della comunicazione una fraudolenta intervista sul Tg2 con la quale faceva dichiarare ad un generale l’inesistenza del legame tra insorgenza della malattia e teatro di guerra“.

Roberto Favazzo 

Commenti

commenti