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Genova, 2 nov – Matteo Bassetti spezza una lancia nei confronti dei medici di base, accusati su più fronti di non sapersi gestire al meglio gli assistiti rimasti a casa a superare le forme meno virulente di Covid-19.

Una missione impossibile

Per il professore, di cui il Giornale stamattina pubblica una intervista esclusiva, «la nostra organizzazione delle medicina territoriale non è fatta per gestire una pandemia. Un medico arriva ad avere 1500 assistiti. In una città come Milano, dove in questo momento c’è una grande circolazione del virus, è probabile che un medico abbia a casa anche il 10, 15 per cento dei pazienti con i sintomi del Covid-19». Si tratta di 150 persone da monitorare strettamente, una missione umanamente impossibile. Anche perché – è sempre bene ricordarlo perché a molti esce di mente – la gente non si ammala solo di Covid.

Trent’anni di tagli indiscriminati

«Un medico è in grado di gestire 150 persone insieme?», incalza Bassetti. «Non è un problema dei medici, è un problema di organizzazione e di tagli che sono stati fatti negli ultimi trent’anni. Nessuno se n’è accorto sul momento, adesso però stiamo vedendo i risultati. Ora bisogna imparare la lezione e organizzare il futuro: ci vogliono investimenti pesanti e sostanziosi».

Tre farmaci che non vanno somministrati a tutti

Per il direttore della Clinica malattie infettive dell’Ospedale San Martino di Genova, si rende assolutamente necessario uniformare i protocolli sulla «ricetta della guarigione», il tris di farmaci utilizzati attualmente per contrastare la malattia: eparina, cortisone e remdesivir. Che non si possono somministrare come se fossero caramelle all’insorgere dei primi sintomi. Ma anche su questo regna una grande confusione: «il cortisone ha un beneficio nelle forme gravi, in quelle dove il paziente ha la polmonite e un deficit di ossigeno. In questo caso funziona. Nei casi medio-lievi il cortisone potrebbe anche non essere la risposta corretta. Il problema è avere protocolli condivisi. Sapere cioè cosa fare quando un paziente ha la febbre, quando ha anche tosse e sintomi respiratori, se ha una grave (ma ancora non gravissima) insufficienza respiratoria, a chi posso dare l’eparina e a chi no».

Bassetti illustra la modalità in atto al San Martino: «Entro i dieci giorni dall’emergere dei sintomi si usa il cortisone a dosi sostenute, il Remdesivir che è stato approvato per chi ha deficit respiratori, l’eparina per evitare che si formino trombi e poi, per le forme più impegnative di polmonite, si aggiunge l’antibiotico».

Mancanza di protocolli porta al caos

Sembra incredibile, ma ancora non esiste un protocollo nazionale su queste modalità: «No, c’è molto disordine. Ognuno fa un po’ come gli pare. Ho saputo anche di soggetti asintomatici che sono stati trattati con eparina, cortisone e antibiotici. La gente sente questa confusione e va in ospedale, dove si presume ci sia un po’ più di ordine». Le conseguenze dirette sono il sovraffollamento e il caos

Bassetti passa poi a descrivere gli sforzi nella creazione di linee guida condivisibili da tutti a livello nazionale «a cui le società scientifiche stanno lavorando […] abbiamo messo in piedi un gruppo di studio, insieme alla Società italiana di pneumologia, per stilare delle linee guida di trattamento del Covid», spiega. «Con questo gruppo di lavoro cercheremo di produrre un documento che spieghi come trattare il Covid: quali farmaci utilizzare e quali no».

Ospedalizzazione e dimissioni

Secondo ma non meno importante, uniformare i criteri di ospedalizzazione. «Chi deve essere ricoverato in ospedale? Chi deve essere curato a casa? Chi deve essere ricoverato in una struttura extra ospedaliera? Ci devono essere parametri precisi, che siano utilizzati da tutti. Ci devono essere anche criteri di dimissioni condivisi», questi ultimi di estrema importanza per scongiurare il sovraccarico delle strutture, «permette un turnover maggiore di posti letto. Se riusciamo a far girare al meglio i pazienti, il sistema può reggere. Terzo: collegare l’ospedale e il territorio. La gente deve sentirsi sicura e sapere che i medici di base sono collegati all’ospedale in un certo senso si porta a casa l’ospedale».

Cristina Gauri

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