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Taranto, 31 ago — E’ morto di Covid Candido Avezzu, poliziotto 58enne in forza al reparto Mobile di Padova: è venuto a mancare dopo un mese di agonia, per essersi contagiato venendo a contatto con gli immigrati infetti ospiti dell’hotspot di Taranto.  



«Un altro collega ci lascia a causa di questo maledetto Covid», spiega all’Agi Fabio Conestà, segretario generale del Mosap, (Movimento sindacale autonomo di polizia) che già lo scorso luglio aveva lanciato l’allarme per le condizioni sanitarie dell’hotspot: trecento clandestini ammassati nella struttura, di cui 33 positivi al coronavirus. Uno su dieci. «Ci mandano al macello», scrivono alcuni colleghi sui social dopo avere appreso de decesso di Avezzu.

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Poliziotto morto di Covid, il sindacato protesta

«L’importante è il Green pass, per il resto andiamo al macello», rincara Conestà parlando del poliziotto morto di Covid. «Un altro collega ci lascia a causa di questo maledetto Covid. Era in forza al Reparto Mobile di Taranto e dal 13 al 23 luglio era in trasferta a Taranto, dove è stato impegnato presso l’hotspot che ospitava 300 migranti, 33 dei quali positivi. Denunciammo già all’epoca questa situazione. E, a distanza di un mese, arrivano le terribili conseguenze: uno dei colleghi risultato positivo, ieri ci ha lasciato».

“Ci mandano al macello”

Le ultime parole rivolte ai colleghi, l’agente Avezzu le aveva affidate ai social, prima di entrare in intensiva il 10 agosto scorso: «Entro in intensiva. Sulla lapide lo scudetto del 2 grazie. Grazie», aveva scritto il poliziotto. Il sindacato è in rivolta. «Ci impongono assurde regole come il Green pass nelle mense e poi ci mandano al macello, in mezzo alla folla, negli hotspot, a contagiarci e a mettere a rischio le nostre famiglie oltre che i nostri colleghi. Non sappiamo se il collega fosse o meno vaccinato, ma al di là di ciò non è ammissibile permettere sbarchi in modo incontrollato, in piena pandemia, dopo averci schedato con certificazione verde anche per un caffè seduti in un bar. Vergognoso, qualcuno dovrà assumersene le responsabilità».

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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