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Roma, 24 ago – Gli asintomatici, i grandi inquisiti di questo 2020 all’insegna del Covid-19. Additati come untori, criminalizzati, accusati di diffondere il coronavirus senza saperlo, una categoria sociale da isolare ed estirpare: ma siamo proprio sicuri che sia effettivamente così? La questione è stata posta ieri in un articolo del Corriere scritto da Giuseppe Remuzzi, ricercatore presso l’Istituto Mario Negri di Bergamo. Remuzzi in questi mesi si è spesso collocato tra gli «ottimisti» dell’epidemia, essendo stato uno dei primi scienziati ad indicare, nel mese di giugno, l’attenuarsi del contagio e invocando, già ai primi di maggio, la necessità di ripartire «o la povertà farà più morti del virus». I soliti noti lo chiamerebbe «negazionista»…

Qualcosa di simile al coronavirus 

Ebbene, ora il ricercatore si chiede se l’origine degli asintomatici non sia dovuta a una precedente esposizione degli stessi a qualcosa di simile al Sars-Cov-2. L’idea proviene dall’osservazione dell’epidemia in alcune prigioni degli Stati Uniti. Secondo quanto riferito dal Washington Post in Arkansas, North Carolina, Ohio e Virginia vi sarebbero complessivamente 3mila detenuti infetti, di cui il 96% asintomatici. Una percentuale altissima, in un sistema, quella penitenziario statunitense, dove l’alta promiscuità rende quasi certa la possibilità di contagio. Cosa protegge questi individui dallo sviluppare forme virulente della malattia?

Immunità preesistente

Remuzzi nel suo articolo ipotizza che «una parte rilevante della popolazione sia già stata esposta in passato a qualcosa che assomigliava a Sars- CoV-2 prima ancora che il virus fosse stato scoperto. Se fosse così vorrebbe dire che fra noi ci sono persone che, senza essersi ammalate né vaccinate [contro il coronavirus ndr], sono già immuni per conto loro, almeno un po’». In sostanza, le cellule denominate memory T cells (linfociti della memoria) deputate alla difesa degli attacchi esterni potrebbero avere memoria dell’ingresso di un virus simile a Sars-CoV-2. Come i coronavirus del raffreddore, ad esempio, «che condividono con il virus di Covid-19 certe proteine non proprio identiche ma molto simili». Non è nemmeno da escludere che le proteine associate alle vaccinazioni infantili (le quali consentono lo sviluppo di cellule T della memoria) facilitano il riconoscimento di Sars-CoV-2.

Secondo sempre più scienziati la diminuzione dei sintomatici sarebbe legato a una immunità pre-esistente. Del resto, lo dicono gli stessi test sierologici, che attestano come una quantità enorme di cittadini – molto più di quelli inizialmente ipotizzati – abbia contratto l’infezione senza saperlo, «ma forse sono ancora di più quelli che sarebbero già stati immuni grazie alle cellule della memoria».

L’immunità cellulare dura più degli anticorpi

E se gli anticorpi sono destinati a scomparire dal corpo di chi ha contratto il coronavirus, l’immunità cellulare rimane invece più a lungo. Lo hanno scoperto i ricercatori di San Diego in California analizzando vecchi campioni di sangue donato, arrivando alla scoperta che il 40-60 per cento dei campioni conteneva cellule T capaci di riconoscere Sars-CoV-2. Siccome il virus al tempo al momento delle donazioni di detti campioni ancora non circolava, tutto conduce alla teoria dell’immunità preesistente.

La questione dei bambini e la memoria delle vaccinazioni

Un ultimo aspetto da considerare riguarda i bambini, che raramente si ammalano di Covid-19. Come è possibile? Forse è dovuto alle cellule della memoria delle vaccinazioni, che nei soggetti di giovane età sono più recenti. A questo proposito Andrew Badley e i suoi colleghi della Mayo Clinic hanno scoperto che, «se nei cinque anni precedenti sei stato vaccinato, hai qualche forma di immunità anche contro Sars-CoV-2 e questo vale per almeno sette vaccini ma specialmente per quelli contro lo pneumococco (che riduce il rischio di ammalarsi di Covid-19 del 28 per cento) e contro la polio (che lo riduce del 43 per cento).

Una diversa prospettiva

La prospettiva cambia decisamente, quindi: «D’ora in poi invece di guardare agli asintomatici come persone che diffondono la malattia, li si potrebbe guardare con gratitudine», sostiene Remuzzi. «Chissà che un giorno non siano proprio loro a liberarci da Covid-19 attraverso una immunità di popolazione fatta anche da tutti quelli che hanno gli anticorpi ma forse ancora di più da chi ha cellule della memoria specifiche, che da sole limiterebbero moltissimo la diffusione del virus anche in aree dove i positivi non superano il 10-20 per cento della popolazione».

Cristina Gauri

1 commento

  1. Articolo interessante ma…. Vogliamo la risposta del ministro della sanità pubblica, e di chi lo comanda (l’istituto tecnico scientifico).

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