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Roma, 28 feb – Sul focolaio di Codogno, nella zona rossa del lodigiano, si aprono nuovi scenari. A quanto pare il coronavirus avrebbe preso piede nell’area “almeno dalla metà di gennaio”. A sostenerlo è Repubblica, secondo cui la task force di epidemiologi, ricercatori, forze dell’ordine e inquirenti al lavoro nell’epicentro dell’epidemia sono “ormai a un passo” dal confermare tale scenario. Sempre secondo il quotidiano, grazie a test genetici, gli esperti stanno per risalire al nesso tra “il principale epicentro dell’epidemia”, individuato tra i dieci comuni isolati nella zona rossa, e quello definito “secondario” di Vo’ Euganeo, nel padovano.

In dubbio l’ipotesi che il 38enne ricoverato sia il paziente 1

E se è vero che non è stato ancora individuato il cosiddetto “paziente zero”, ora viene messa in dubbio anche l’ipotesi che il “paziente 1” sia effettivamente il 38enne dipendente dell’ Unilever di Casalpusterlengo. Quello che si sa è che ha diffuso il Covid-19 nell’ospedale del primo ricovero a Codogno e tra le persone che ha frequentato per giorni dopo essere stato infettato, al lavoro a facendo sport. Ma se è vero che il focolaio già covava da settimane, potrebbero esserci altri casi di coronavirus, precedenti o coevi al contagio del 38enne, non diagnosticati.

“Quelle strane polmoniti con inspiegabili complicanze”

Insomma, l’epidemia molto probabilmente sarà retrodatata dalla task-force di esperti. Come ricorda sempre Repubblica nella sua ricostruzione, dopo l’esplosione dell’emergenza tra Codogno, Castiglione d’Adda e Casalpusterlengo, il personale medico-sanitario, alla luce del contagio, ha collegato tra loro decine di pazienti, non solo anziani, che già da metà gennaio “sono stati colpiti da strane polmoniti, febbri altissime e sindromi influenzali associate a inspiegabili complicanze“. Fino al 20 febbraio, quando il primo caso di contagio è stato accertato nell’ospedale di Codogno grazie all’intuizione di una anestesista. Fino ad allora, lo ricordiamo, nessun italiano privo di rapporti anche indiretti con la Cina, era risultato positivo ai test.

“I protocolli non ci hanno permesso di collegare gli episodi a fattori estranei alla stagionalità”

Nella lodigiana il boom di strane influenze e polmoniti non era passato inosservato. Ma purtroppo nessun elemento previsto dai protocolli medici ha permesso di collegare questi episodi “a fattori estranei alla stagionalità”. “Eravamo tutti convinti – dice a Repubblica Alberto Gandolfi, medico di base in quarantena a Codogno con vari assistiti contagiati – che quelle polmoniti fossero favorite da freddo e assenza di pioggia. Rivelate dalle lastre, sono state curate con i consueti antibiotici”.

Si spiega così la rapida diffusione dell’epidemia

Oggi il quadro diagnostico è cambiato. Sappiamo che quelle persone sono contagiate. Purtroppo però questi pazienti della zona rossa per oltre un mese sono stati curati come se avessero polmoniti e influenze “normali”. E sebbene la maggior parte di loro  sia guarita, nel sangue sono rimaste tracce del coronvirus. La prova medica e scientifica del fatto che l’epidemia fosse scoppiata ben prima di quando è stato diagnosticato il primo contagio. Anche perché la rapida diffusione dell’epidemia e l’aumento esponenziale dei casi di infezione sono tali da escludere che tutto sia partito dal paziente 1 di Codogno e che invece ci fossero già altri contagiati inconsapevoli in azione nell’area rossa, che a loro volta hanno passato il virus ad altre persone.

In ogni caso, manca la conferma ufficiale e l’effettiva retrodatazione dell’epidemia.

Ludovica Colli

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2 Commenti

  1. Le malattie le hanno portate gli stranieri ci hanno contagiato tutta questa massa di africani cinesi congolesi rumeni albanesi ,vivevamo benissimo anni 60 70 e 80, poi fu la fine .spero solamente che crepino tutti i comunisti e chi ha mangiato sull’immigrazione ci lasci le penne.

  2. Ma se i cinesi infetti sono arrivati a Milano da Wuhan il 23 gennaio, come è possibile che la gente era ammalata già prima?

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