Milano, 3 mar – Anche vista dal Nord, dalla Lombardia, da Milano, i più lucidi una cosa dovrebbero averla capita: di fronte all’emergenza coronavirus è totalmente inutile iscrivere se stessi o gli altri alle categorie dell’allarmismo e del panico, quanto a quelle dell’ottimismo e della “voglia di ripartire”. Secondo una delle più demenziali e insopprimibili tendenze, infatti, ci si preoccupa di quale porzione d’opinione occupare, a quale tifoseria appartenere, piuttosto che di inquadrare i problemi per quello che sono e affrontarli con lucidità e consapevolezza. Anche perché le classi dirigenti per prime non sanno andare oltre queste logiche incapacitanti, ben lungi dal fare semplicemente, come sarebbe lecito aspettarsi, il proprio dovere.



L’inutile maglietta del sindaco di Milano

La premessa può aiutare a capire meglio l’insensatezza di talune scelte comunicative di questi giorni. A Milano più che altrove il tema diventa paradigmatico. E’ la grande città più colpita dall’emergenza sanitaria, anche per le sue ben note caratteristiche di vitalità socio-economica, e sta affrontando una prova insolitamente dura. Questa città ha un sindaco, Beppe Sala, vezzeggiato dal’establishment mediatico in quanto emblema di modernità gestionale e pensiero politicamente corretto. Un modello che fa tendenza, insomma.
Bene, quale è stato il ruolo, quale la presenza di questo illuminato amministratore metropolitano nei giorni della grande difficoltà? Un video, vastamente condiviso, che lanciava un hashtag, una foto con una maglietta recante lo stesso hashtag: #milanononsiferma.

Ora, qualcuno ha notato che la foto non è proprio un capolavoro d’immagine, visto che lo smilzo primo cittadino indossa una t-shirt chiara in uno scenario (presumibilmente quello di casa sua) in cui trionfa il bianco. Un quadro che a una prima occhiata fa venire in mente un ospedale, altro che ripartire. Ma tant’è, non sottilizziamo.
Il tema è: che diavolo vuol dire “Milano non si ferma”? Che senso ha? Che contributo dà un sindaco con un messaggio del genere? Il gigante è stato ferito, rallentato, per molti aspetti bloccato. Le scuole sono chiuse come cinema e teatri, gli esercizi commerciali ampiamente disertati, lo sport fermato, il trasporto pubblico in parte abbandonato, il mondo del lavoro messo a dura prova.

Una sceneggiata virtuale

Soprattutto inizialmente la città ha subito un brutto colpo, poi, nonostante tutto e i casi di contagio che interessano quotidianamente gli ambiti più diversi, anche ad alti livelli professionali, la macchina si è faticosamente rimessa in moto, come poteva. Per forza, è nelle cose. Milano è così da sempre. E non ha bisogno di Sala, dei suoi hashtag e dei suoi messaggi inutili. Anzi, un onesto osservatore bollerebbe serenamente queste uscite ad uso social, espressioni virtuali di una concezione virtuale della vita e della politica, come delle ridicole baggianate. Macché, ci dobbiamo beccare pure gli articoli che lodano la “T-shirt della riscossa” e i like a un’iniziativa che “ha conquistato milanesi e non”. E’ a questo punto che ti viene la voglia di rubare le parole che qualche anziano pronuncerebbe al bar di fronte a un interlocutore poco attendibile: “Ma va’ a da’ via i ciapp!”.

Fabio Pasini

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5 Commenti

  1. Patetici figuranti… Fuori dal solito trito repertorio di antifascismo, antirazzismo, buonismo peloso e altri simili ripetuti luoghi comuni, cari ai sinistri, non sanno che pesci pigliare… Manca solo “NO AR CORONAVIRUS”

  2. Un COGLIONE …. che figura può fare ?????

    Certo che con quella faccia un pò così , quell’ espressione un pò così …..

    Ma , scusate , ricordo male o , l’ attuale marxista-leninista antifa , ora e sempre sto cazzo …. bellociao ….

    non era un manager LECCACULO della Sig.ra Brichetto Arnaboldi, ,
    sedicente Moratti ?????
    ( Moratti come cognome del Coniuge defunto !!!!
    utilizzato per UBI MAiOR )

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