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Coronavirus, parla un medico in prima linea: “Siamo italiani, non ci arrenderemo mai”

by La Redazione
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Roma, 24 mar – Il coronavirus ha generato un’epidemia capace di mettere in seria difficoltà l’Italia, in particolar modo le regioni al nord, come Lombardia e Veneto. L’impatto con le strutture sanitarie e il suo personale è stato molto forte e, di conseguenza, gli operatori sanitari in pensione hanno potuto decidere di tornare in servizio. Per questo abbiamo deciso di intervistare un medico per capire ed esporvi al meglio la situazione che vige ora negli ospedali. Il suo nome è Giuseppe Fassardi, ha lavorato una vita intera come medico chirurgo d’urgenza, è andato in pensione lo scorso anno e ha iniziato a collaborare in una struttura privata in provincia di Pavia. Dinnanzi all’emergenza causata dal COVID-19, la struttura si è trasformata da privata a pubblica per pazienti positivi al virus. Parlando con lui, che è inoltre impegnato in politica da quando aveva 14 anni, attraverso le sue parole si potrà osservare un grande amore verso il suo lavoro e un’intramontabile spirito di sacrificio.

Quando ha saputo che i medici in pensione potevano tornare in servizio, ha pensato da subito che la situazione fosse così grave?

Premettendo che di fatto stavo già lavorando, è certo che la situazione sia precipitata e penso che chiunque dovrebbe mettersi a disposizione, poiché è un problema sanitario collettivo, di tutti noi. Chiunque può dare una mano in una maniera positiva.

Secondo lei, dal punto di vista medico, le misure governative sono state idonee? Sempre dal punto di vista medico, può fornire ai lettori un’analisi sull’evoluzione del virus?

Per quanto riguarda la mia esperienza, il virus gira da gennaio. Non ha rappresentato un segnale vero e proprio e nessuno poteva, quindi, immaginarsi che la situazione potesse precipitare in questo modo. Ha avuto una diffusione imprevista; anche gli anziani che venivano a mancare per infezioni polmonari non sono stati un vero e proprio campanello d’allarme. Le istituzioni si sono fatte trovare anch’esse impreparate perché si è presentata una situazione che nessuno avrebbe mai potuto immaginare. Tutt’ora non si sanno, o per lo meno non si ha la certezza, di fattori come tempo di incubazione e contaminazione di ritorno. Solo chi studia l’evoluzione del virus potrà avere dati certi col tempo. La realtà è che ci troviamo con molti morti e c’è da sperare che la situazione migliori in 10/15 giorni.

Lo staff sanitario a contatto con pazienti contagiati dal COVID-19 sta lavorando in condizioni alquanto difficili, quanto è difficile rimanere con la testa lucida in questa situazione?

Ho 66 anni e faccio come turno 12 ore di notte. È un lavoro molto difficile e richiede sacrificio importante; ci vuole fortuna e ci vogliono dispositivi idonei che lo Stato ci fornisce. Il problema non si risolve andando a cantare “Bella Ciao” sul proprio balcone. Il sacrificio è collettivo, non solo sanitario, ma anche di chi rifornisce supermercati, di chi lavora in strada come le Forze dell’Ordine, di chi lavora alle Poste e così via. C’è da dire, però, che in questo stato d’emergenza si è vista l’umanità del popolo italiano e il suo spirito di sacrificio, sapendo mettere da parte le superflue chiacchiere da bar. Quando vado a lavorare di notte sono bardato dalla testa a piedi, rischia molto di più chi fa altri lavori.

Lavorare in condizioni estreme, ora, sarà un insegnamento che faciliterà e rivoluzionerà allo stesso tempo il modo di lavorare negli ospedali in futuro quando tutto sarà finito?

Sì, purtroppo, involontariamente è stato qualcosa da cui trarre dei vantaggi in un certo senso. Come tutte le epidemie, lo sviluppo che ha avuto nel Nord Italia ancora ora non è spiegabile. È una cosa di cui non si sa molto.

Ci sono persone che sostengono che per uscire da questa situazione il virus debba essere completamente debellato, altre credono che basterebbe trovare una cura mirata ed efficace o magari un vaccino. Cosa ne pensa?

Per ora le cure hanno avuto la funzione di limitare il progredire della malattia. Non c’è una cura, ma un cocktail di antivirali e antibiotici. La malattia non penso si possa debellare perché le forme virali tendono ad automutarsi anche mentre si diffondono. Quindi non è detto che non si ripresenti mediante formule diverse. Il vaccino, invece, lo si sta studiando in tutto il mondo; certo è che avrà una funzione di prevenzione e non curativa. Ora è difficile avere risposte certe ponendoci domande sul futuro.

C’è un collegamento fra la sua scelta di tornare in servizio e le sue idee politiche?

Sono tesserato a CasaPound e sono sicuro che tutte le persone, in un modo o nell’altro, appartenenti al nostro movimento e che credono nelle nostre idee si mettano al servizio della Nazione. E’ giusto che chi può si metta al servizio in ogni modo, per quanto possibile. Davanti a un virus in continuo avanzamento c’è l’intera Italia a combattere per amore, per ideali che non muoiono a causa di un’epidemia, perché è giusto. Dobbiamo sempre tenere a mente che il nostro popolo potrà essere ferito più volte e potrà trovarsi in condizioni sempre più gravi, ma non potrà mai essere abbattuto. Perché siamo italiani. Dobbiamo ricordarcelo oggi e non scordarlo né domani né mai.

 a cura di Simone Moroni

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1 commento

Giorgio 24 Marzo 2020 - 5:35

Basta stipendi vergognosi ai calciatori, decurtare la loro paga del 90% e aumentarla ai Signori come questo medico e tanti altri sconosciuti dottori ed infermieri.
E se i calciatori non ci stanno che l’Italia torni al calcio non professionistico, questo sarebbe un esempio forte, con buona pace degli interessi, del giro di affari, delle tv, ultras ecc

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