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Roma, 19 apr – Anche grazie all’articolo pubblicato su queste colonne il 5 aprile scorso, la proposta avanzata qualche settimana fa da Cismai e che ha mobilitato oltre 40 associazioni, è sfociata in un’interrogazione parlamentare. Di cosa stiamo parlando? Del progetto elaborato da gruppi privati aderenti a Cismai riguardante la richiesta di un decreto d’urgenza per “mettere in sicurezza” tutti i bambini italiani. Una proposta che già nel 2010 il Cismai aveva provato a piazzare e che ora, in piena emergenza coronavirus, è tornata buona. Prontissima è stata la risposta delle associazioni che si occupano dei diritti delle famiglie, le quali hanno immediatamente replicato inviando lettere e coinvolto alcuni parlamentari, tra cui Lucio Malan che venerdì 10 aprile, proprio sul progetto Cismai, ha chiesto “lumi” al ministro della Famiglia, Elena Bonetti, circa l’intenzione di coinvolgere il coordinamento nelle attività di protezione dei minori dal disagio.



Perché tanto allarme?

Il problema (come abbiamo visto con lo scandalo Angeli e Demoni di Bibbiano) è che in  Italia c’è un uso disinvolto nel fare ricorso all’articolo 403 c.c. che prevede l’intervento dell’autorità a tutela dei minori, su cui si basa proprio la proposta Cismai. Altro campanello d’allarme: il tempismo della proposta, arrivata con l’Italia in ambasce per il virus.

Per una famiglia obbligata a fermare le attività o che si trova con il lavoro sospeso, entrare in uno stato di indigenza non è un’ipotesi remota: con la scusa di mettere in sicurezza tutti i minori c’è il rischio per tantissimi Oliver Twist di finire in una comunità protetta, lontani da mamma e papà e tanti saluti alla Convenzione del Fanciullo, agli articoli 29 e 30 della Costituzione, alle garanzie del nostro codice civile e alla Convenzione di New York, dove troviamo scritto che “la famiglia, unità fondamentale della società e ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli, deve ricevere la protezione e l’assistenza di cui necessita per poter svolgere integralmente il suo ruolo nella collettività” e “in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente”. Perciò, a parte i casi in cui la sicurezza del minore è seriamente e realmente in pericolo, i bambini devono sempre rimanere con i loro genitori.

Sono 23, ogni giorno, i minori che vengono strappati alle loro famiglie e rinchiusi in strutture: qual è la strada che porta al rapimento di tanti piccoli Hansel e Gretel? Questo è il punto, spiega Enrico Papi, educatore per 30 anni e dipendente presso il comune di Reggio Emilia: “Per portare via i bambini è stato messo ‘a sistema’ un procedimento d’indagine che cerca sistematicamente l’abuso all’interno delle famiglie fragili, o in crisi, o in difficoltà economica; un approccio che la comunità scientifica, fatta di educatori, magistrati, onesti avvocati, psicologi, psichiatri e neuropsichiatri infantili, ha spesso rigettato. La buona tutela passa dalla verifica dei dati oggettivi che fanno riferimento a precise norme. E l’intervento degli operatori Cismai in molti casi è stato del tutto inadeguato, così come la tesi secondo la quale il 75% degli abusi su minori avverrebbe all’interno di famiglie fragili, laddove per fragili, si intende anche poco acculturate. Criminalizzazione della povertà e, anche, un basso grado di istruzione possono diventare indizi di abusi sul bambino”.

Sottrarre i bambini alle famiglie: non solo l’art. 403

Un altro strumento specifico è l’home visiting, che l’Oms considera elemento di indagine utile per trarre valutazioni in tema di prevenzione dei maltrattamenti all’infanzia. L’osservatore – elemento “terzo”, esterno –  entra nelle famiglie con la scusa di portarti il pacco alimentare o il tablet, stila report, analizza le dinamiche familiari ed emette la sua valutazione che può segnare per sempre il destino di un bambino.

Per Roberto Castelli di Colibrì (rete di associazioni di genitori separati): “Gli interventi mediante Home Visiting nei casi di genitorialità a rischio, vengono effettuati da osservatori formati per tracciare e segnalare fasce di popolazione esposta al rischio di non riuscire esercitare capacità genitoriali adeguate ai bisogni dei figli, così come definito nel documento ‘Stati Generali dell’infanzia del 2010’. Gli operatori della galassia Cismai operano in un’ottica di filiera produttiva, la quale necessita sempre di nuovi soggetti utili a tenere attive, e in esercizio, le associazioni aderenti. Colibrì, invece, coordinamento italo europeo di associazioni di genitori parte dal principio che, nella maggioranza dei casi, serve portare aiuto alla famiglia non togliere i figli o allontanarli. Un approccio completamente diverso che fa risparmiare denaro allo Stato e dà una mano reale e diretta ai nuclei fragili”.

Cos’è il Cismai

Il Cismai (Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia) racchiude una lunghissima serie di associazioni diffuse su tutto il territorio nazionale, svariate strutture utilizzate dai servizi sociali per disporre gli affidamenti eterofamiliari, inoltre è attiva in parallelo l’attività formativa per assistenti sociali e anche di avvocati e giudici.

Spiega l’avvocato Rita Ronchi: “Il metodo Cismai non è riconosciuto a livello scientifico perché non si basa su una valutazione oggettiva dei fatti ma su una valutazione soggettiva volta ad individuare elementi indicatori di possibili maltrattamenti. Tale metodo porta sulla base di dubbi o indizi a ritenere che vi sia un maltrattamento o un abuso. Applicando tale metodo anche una dichiarazione non coerente di maltrattamento da parte di un minore va comunque valutata e creduta. Richiedono quindi di poter sempre procedere con provvedimenti separativi del nucleo famigliare”.

Nonostante il metodo non sia riconosciuto dal mondo scientifico, Cismai in oltre 30 anni è penetrata negli enti pubblici. Continua l’avvocato Ronchi: “In quelle strutture sono alloggiati minori per 5, 6, 7 e anche otto anni, in barba alle leggi regionali che stabiliscono, in materia di affido eterofamiliare, che si debbano fare delle procedure massimo 2 anni e che si debba favorire la famiglia di origine. Ci si domanda quindi perché i tribunali non verifichino le violazioni, stranisce che non balzi all’occhio l’interesse economico e nessuno riesca a vedere che, molti, tra i membri onorari presenti nei collegi al tribunale per i minori, abbiano stretti rapporti con le altre parti processuali. Spesso tali informazioni circolano nei tribunali e tra addetti ai lavori ma seri indagini sulla contiguità dei rapporti tra soggetti non mi risulta che siano state fatte. Nel comunicato di UDiRe si richiede un severo controllo ma soprattutto un intervento legislativo sul conflitto di interessi”.

“Facciamo un veloce calcolo – prosegue l’avvocato Ronchi – l’ente territoriale competente provvederà al pagamento di circa 3000 euro al mese per la retta di questi bambini in comunità, costi equiparabili a collegi di eccellenza. Tuttavia il servizio offerto e l’esperienza umana di inserimento comunitario non hanno di certo un effetto positivo né sui bambini né per la famiglia. Ecco perché le associazioni che si occupano di diritti civili delle famiglie insistono nel sottolineare che il metodo Cismai, ente privato di formazione e di dottrina psicologica, e anche a mio avviso, non è condivisibile. Il farsi portavoce di istanze sociali non verificabili e chiedere un aumento dei poteri ispettivi per fare determinate attività non è in alcun modo giustificabile ed è stato aspramente criticato. Tuttavia, evidentemente, sanno di avere in politica chi li ascolterà e qualcuno gli darà soldi e autorizzazioni”.

La speranza delle associazioni quindi è che la proposta Cismai non venga accolta perché le famiglie devono essere lasciate tranquille, anzi ogni sforzo deve essere indirizzato ad aiutarle materialmente con un impiego ed economicamente. Questo consentirà a un padre o a una madre di essere sereni fra di loro e nei confronti dei loro figli.

Antonietta Gianola

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