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Roma, 19 apr – Che vi siano contatti fra gli esponenti dei vari partiti per stabilire chi prenderà il posto di Conte sembra ormai un dato di fatto. Come rivelato dal Corriere della Sera vi sarebbero contatti addirittura fra Lega e Pd e pare che non pochi abbiano la convinzione che il governo Conte sia destinato, entro breve, a finire: sul tavolo non ci sono ancora ipotesi ufficiali, ma le forze politiche si stanno muovendo.



Conte sulla graticola

L’insofferenza nei confronti delle decisioni del presidente del Consiglio è ormai palese: non solo alcuni governatori di regione – in particolare Zaia e Fontana – prendono, seppur implicitamente, le distanze da quanto deciso a Roma, ma ora si manifesta pubblicamente uno scontro fra gli stessi membri del governo per quanto riguarda l’utilizzo del Mes e, più in generale, le decisioni da adottare per far fronte all’emergenza economica che seguirà – se già non è scoppiata – all’emergenza sanitaria. Rispetto al Mes c’è discordia non solo fra M5S e Pd ma anche fra i membri delle opposizioni: FI è favorevole, la Lega no. Non solo: un richiamo all’azione, destinato soprattutto al titolare di via XX Settembre, è arrivato anche dal neopresidente di Confindustria Bonomi, che nel suo discorso di insediamento ha spronato il governo ad agire con maggior vigore per salvare il sistema produttivo.

Insomma, i giochi sembrano avviati: è impensabile che il governo Conte, ormai delegittimato dai suoi stessi componenti e guardato con insofferenza dai membri dei settori produttivi, possa reggere. La crisi del governo, la cui ufficializzazione è probabilmente prossima, apre due possibili prospettive: il ritorno alle urne o un governo tecnico di transizione per guidare l’Italia fuori dall’emergenza.

Governo tecnico o politico?

L’ipotesi di un governo politico sembra improbabile: è difficile pensare che il Mattarella, che già manifestò il suo desiderio di continuità al tempo della crisi del governo giallo-verde, consenta nuove elezioni in un momento in cui l’Italia non può permettersi di restare senza una guida. Rimane quindi l’opzione di un governo tecnico, appoggiato da una nuova maggioranza.

Negli ultimi tempi molti hanno fatto il nome di Mario Draghi. La sua eventuale nomina non è però certa, anzi forse non è nemmeno così probabile: come dimostra anche il caso di Conte, i nomi più quotati per una carica raramente sono poi quelli che vincono. No: è più probabile che all’ultimo minuto, dopo l’ufficializzazione della crisi e la stipulazione di nuove alleanze, venga estratto dal cilindro qualcuno che l’elettorato non conosce. Anche perché, diciamolo pure, la nomina a capo di governo di un esponente, per quanto apprezzato a livello mondiale, della finanza europea potrebbe riscaldare ulteriormente l’insofferenza dei cittadini: come potrebbe un uomo che, per il suo mandato, ha sempre dovuto essere super partes diventare improvvisamente di parte, andare a battere i pugni sul tavolo dell’Ue per ottenere la soluzione migliore per l’Italia? La situazione, per Draghi in primis, sarebbe addirittura imbarazzante.

La scelta invece di un governo determinato da un rimpasto fra i membri dell’attuale parlamento è invece abbastanza remota, se si tiene conto della fragilità delle alleanze politiche: la litigiosità dei partiti – che è stata una croce per la tenuta dei governi in Italia dalla Prima Repubblica in poi – non garantirebbe la stabilità e la continuità politica, che è invece necessaria in un momento di tempesta come questo.

Certo i rischi che potrebbero derivare dalla nomina di un governo tecnico non sono pochi. In primo luogo c’è il rischio che il governo di transizione diventi un governo permanente (cioè che duri fino alla fine della legislatura). Questo rischio è alto quando il governo deve prendere decisioni impopolari: la classe politica ha tutto l’interesse a delegare a persone “esterne” al mondo politico stesso (tecnici, appunto) delle decisioni che li renderebbero impopolari. Se queste decisioni dovessero essere di lunga durata, mantenere anche per anni un esecutivo “esterno” sarebbe un modo per salvaguardarsi dall’insofferenza dell’elettorato.

In secondo luogo, un governo tecnico rischia di non essere sufficientemente grintoso nella difesa degli interessi della nazione che guida: è vero che i tecnici sono dei (super)competenti e che quindi possono giocare la partita economica con (forse) maggior cognizione di causa. Ma è anche vero che non devono rendere conto all’elettorato, cioè al loro popolo, e questo rischia di renderli moderati nella battaglia. D’altronde gli esempi del recente passato non sono affatto confortanti. Sono rischi da non sottovalutare, in un momento in cui l’Italia è fragile e le tensioni sociali prendono sempre più forza.

Edoardo Santelli

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3 Commenti

  1. Tanto ormai i danni li ha fatti. Invece di sganciarsi dall’Europa nelle prime fasi della crisi, ha praticamente firmato tutto quello che volevano (gli eurinomani).

  2. Se dovessero decidere di utilizzare il Mes,spero che Salvini non si impeleghi a sostenere alcun governo alternativo a quello attuale. Dovranno essere M5s e Pd a prendersi pienamente le responsabilità per le decisioni che stanno prendendo oggi.

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