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Roma, 13 apr — Funzionano, ne abbiamo acquistate 150mila dosi ma la maggior parte di queste giace ancora inutilizzata, nonostante il comprovato successo nel curare il coronavirus ai primi stadi nei soggetti anziani e/o con fragilità: parliamo — ovviamente e purtroppo — degli anticorpi monoclonali.



Tutto questo sebbene dal giorno della loro introduzione negli ospedali italiani si moltiplichino i riscontri positivi dei reparti Covid in cui vengono utilizzati: efficaci nell’85% dei casi, vengono somministrati in day hospital, evitando l’ospedalizzazione e di conseguenza il collasso delle strutture sanitarie.

Anticorpi monoclonali: ci sono ma non vengono usati

Come detto, l’Italia al momento ne ha acquistato 150mila dosi, ma secondo quanto riportato da IlMessaggero, i centri che attualmente somministrano la terapia sono poco più di cento sui 368 abilitati e in data 31 marzo i malati di Covid curati con gli anticorpi monoclonali erano poco più di un migliaia in tutto il territorio nazionale: il Veneto ne ha somministrate circa 300, Toscana e Lazio 150, il Molise 4 volte e la Calabria una volta soltanto.

Il problema è sempre la medicina territoriale

Qual è il problema, quindi? Lo spiega Francesco Menichetti, Direttore di Malattie infettive dell’Azienda Ospedaliera Pisana. «Il problema di fondo è che il meccanismo è complicato. Perché tutto funzioni serve una continuità assistenziale territoriale a regola. In sostanza, il paziente da trattare lo segnala il medico oppure le Usca, ma dopo un test diagnostico a carico del malato. Tutto però deve avvenire entro 5 giorni. Nella nostra scarsa efficacia di continuità assistenziale, pesa prima di tutto il test, perché il reperimento può fare inceppare il meccanismo». Vale a dire: se non si tampona tempestivamente, scade il limite temporale di somministrazione della terapia. Che, ricordiamo, deve essere fornita al comparire dei primi sintomi della malattia.

Non ci sono linee guida

Agli impedimenti burocratici e alla lentezza elefantiaca della «macchina dei test» si aggiunge la drammatica mancanza di linee guida sul trattamento con gli anticorpi monoclonali. «Non ci sono state ancora fornite le linee di indirizzo nazionali sulle cure domiciliari dei pazienti Covid. Né i percorsi strutturati che le Regioni devono fornire per consentire ai medici di medicina generale di indirizzare i pazienti Covid nel modo più appropriato e più rapido all’uso di questi farmaci». Lo denuncia Tommasa Maio, vicepresidente Metis, Società scientifica dei medici di Medicina generale.

«Noi non abbiamo avuto indicazioni su come attivare la procedura. Non sappiamo a chi ci dobbiamo rivolgere, non esiste una piattaforma informatica su cui collegarci. E poi manca la formazione. Non è stato previsto neanche un corso sui monoclonali», accusa Silvestro Scotti, Segretario generale nazionale Fimmg. Una lacuna che Metis e Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale) hanno  cercato di colmare programmando un webinar «che metta a confronto la medicina generale, la specialistica e il mondo del regolatorio al fine di condividere un percorso validato per l’uso» degli anticorpi monoclonali. Ma la risposta deve arrivare anche dalle istituzioni, cioè da Aifa, Regioni e dal ministero della Salute. Che tacciono, mentre migliaia di occasioni di salvare vite umane sfumano ogni giorno.

Cristina Gauri

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