Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 10 ago – Chi sono i politici che hanno incassato il bonus? Chi sono i parlamentari che hanno chiesto (e ottenuto) il bonus di 600 euro stanziato dal governo durante il lockdown e riservato a partite Iva e lavoratori autonomi? E le centinaia tra assessori, consiglieri comunali e regionali, governatori e sindaci? Non sappiamo i nomi, a parte quello di Anita Pirovano, consigliere comunale per la lista “Milano Progressista” del capoluogo lombardo e coordinatrice metropolitana di Sel. E’ la sola, almeno al momento, ad essersi autodenunciata giustificandosi così: “Non vivo di politica perché non voglio e non lo farei”. Intanto però imperversa la bufera sui politici “furbetti” e in particolare vengono presi di mira i cinque parlamentari che hanno usufruito dei 600 euro.

L’Inps si appella alla privacy

Tutti i partiti, di governo e di opposizione, stanno dando vita a un indignato coro unanime costituito da strofe di questo tipo: “L’Inps faccia i nomi”, “i nomi devono emergere”, “siano loro (i furbetti, ndr) ad avere il coraggio di uscire allo scoperto”. Ma nelle ultime ore crescono soprattutto le voci di chi si appella all’Inps, con toni anche infuocati. Visto il pressing e la riprovazione generale, l’Istituto di previdenza sarà quindi costretto a rivelare i nomi? Probabile, ma non è detto. Da ieri l’Inps si trincera tacitamente dietro alle norme sulla privacy che non consentirebbero la diffusione degli elenchi dei beneficiari delle prestazioni. Regole ritenute auree e incontrovertibili, che valgono in tutti i casi, non soltanto in questo che appare piuttosto clamoroso. Fonti vicine all’Istituto, stando a quanto riportato dall’Ansa, hanno ribadito anche nel pomeriggio questo concetto. A poco dunque servirebbe la pressione delle principali forze parlamentari.

Obbligo di trasparenza?

I furbetti possono allora sentirsi al sicuro grazie alla corazza garantita da queste norme?
Non proprio, almeno secondo gli uffici del garante privacy che ricordano l’esistenza di istituti (ad esempio l’accesso civico) che consentono di bilanciare trasparenza e privacy. I nomi, in certi casi, si potrebbero fare nonostante i tempi rischino di essere lunghi.
Nel frattempo Alfonso Celotto, docente di diritto costituzionale all’università RomaTre, ha fatto presente a Repubblica che “l’obbligo di trasparenza prevale sul diritto alla riservatezza individuale” e “acquista un rilievo maggiore perché riguarda i rappresentanti delle istituzioni”. Permane però un grosso problema: “Non esiste a priori una gerarchia costituzionale fra diritti”, come appunto quelli alla privacy e alla trasparenza.

Qui prodest?

Insomma nessuno (o quasi) si scandalizzerebbe se l’Inps rivelasse in nomi di chi ha usufruito dei 600 euro. Restano i dubbi sulla legittimità, eppure a ben vedere gli spiragli per “forzare la mano” ci dovrebbero essere. In ogni caso, a parte le scontate dichiarazioni di facciata da parte di certi politici che si scoprono d’un tratto immacolati, sembra più che altro utile a tutti poter dire: “Abbiamo scoperto le poche mele marce, visto bravi che siamo?”. E’ quindi probabile che alla fine i nomi dei furbetti spuntino fuori.

Alessandro Della Guglia

Commenta