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Roma, 3 giu – “Dimmi figlio mio, cosa vorresti fare da grande? Mi raccomando, studia e punta tutto su un lavoro redditizio”. Risposta secca: “Il manager che gestisce le pandemie”. Così, giusto per immaginarci al volo un dialogo apparentemente surreale, che tra qualche anno potrebbe diventare assolutamente realistico. Sì, perché qualcuno ha sul serio pensato di tirar fuori un corso di laurea apposito per diventare “disaster manager”. Professione del futuro o inutile pseudo-specializzazione? Propendiamo per la seconda, ma visto mai. D’altronde il coronavirus in Italia ha generato la corsa del governo alla nomina di esperti (o presunti tali) da assegnare a svariate task force approntate all’uopo. Dunque non è poi così peregrino pensare che davvero tra qualche anno ci sia una sorta di gara per ottenere il patentino di esperto.

Disaster manager: lavoro del futuro?

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che viceversa siamo di fronte all’ennesimo astruso corso di laurea destinato a sfornare disoccupati, eppure all’Università di Perugia sono convinti del contrario. “Il disaster manager è il prodotto di una nuova società globalizzata nella quale il concetto di rischio rappresenta il tentativo di prevedere e controllare le conseguenze dell’azione umana e i suoi effetti indesiderati”. A spiegarlo a Il Messaggero è Chiara Biscarini, professore associato di “Costruzioni idrauliche, marittime e idrologia” e direttore del centro Sustainable Heritage Conservation dell’Università degli Stranieri di Perugia, nonché docente di disaster risk reduction nel nuovo corso “Studi internazionali per la sostenibilità e la sicurezza sociale”. In una società globalizzata, secondo la professoressa di Perugia, servono dunque nuove specializzazioni per affrontare genericamente “le conseguenze dell’azione umana”.

Ora, a prescindere dal fatto che pandemie e disastri naturali non sempre sono generati dall’uomo, non si capisce perché si senta il bisogno di tirar fuori professioni così fumose. Che ci stanno a fare ingegneri, geologi, architetti, biologi, medici etc? Secondo Biscarini adesso il disaster manager è comunque utile, prevedendo “un percorso molto innovativo” che “inizia con un primo anno di in lingua italiana e insegnamenti di base e corsi intensivi di lingua inglese e spagnola per affrontare un secondo anno con classi internazionali e insegnamenti impartiti in inglese e spagnolo”.

Specializzazioni speciose

Bene, ma in soldoni a cosa servirebbe concretamente? La docente universitaria sostiene che il corso “prepara all’inserimento nell’ambito di organizzazioni internazionali, istituzionali, non governative e del terzo settore, che operano nell’ambito tutela dei diritti fondamentali, della gestione dei rischi, della cooperazione allo sviluppo, sociale e culturale, delle relazioni internazionali”. Non ce ne voglia la professoressa, ma è più o meno quello che si legge nella presentazione di molti corsi di laurea che poi in realtà si rivelano purtroppo poco più che attestati da appendere in camera. La prof Biscarini però ci risulta convincente quando al Messaggero precisa: “Oggi è essenziale la formazione di nuovi quadri capaci di coordinare attività di previsione e gestione dei rischi che coinvolgano ambiti scientifici diversi, facendoli interagire con il mondo della politica e la società civile”. Già, se il modus operandi del governo Conte dovesse caratterizzare anche i prossimi esecutivi, in effetti tra qualche anno un “esperto coordinante” potrebbe diventare sul serio un lavoro ambito.

Eugenio Palazzini

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