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Roma, 6 ago – Sono stati pubblicati poche ore fa sul sito della fondazione Luigi Einaudi i verbali desecretati da Palazzo Chigi e prodotti dal Comitato tecnico scientifico per l’emergenza sanitaria del Covid-19 alla base delle decisioni prese con i Dpcm.

Una lista parecchio incompleta

Cosa è contenuto in questi verbali? Si tratta degli atti firmati dall’organismo tecnico nell’arco temporale dal 28 febbraio 2020 fino al 9 aprile 2020, quindi nella fase certamente più calda dell’emergenza. Ciononostante, tali atti dovrebbero essere integrati con quelli risalenti al febbraio 2020, e clamorosamente assenti dalla lista delle carte desecretate: per una piena comprensione e ricostruzione del contesto mancano tutti i verbali degli incontri avuti con le Regioni, le Pec intercorse tra organi politici e organi amministrativi, al fine di sapere, tanto per fare un esempio, se corrisponda al vero il protocollo che avrebbe sconsigliato di effettuare autopsie. Non vi è nemmeno traccia del verbale del 3 marzo, quando il Comitato tecnico scientifico si riunì per stabilire le misure di contrasto al Coronavirus ad Alzano e Nembro, in provincia di Bergamo.

Tornando agli atti pubblicati, nel dettaglio ve ne sono alcuni particolarmente degni di menzione e di sollevare un dibattito pubblico e politico – sempre che l’opposizione decida di occuparsene e non lasci tutto in mano a una Onlus di impostazione liberale come avvenuto finora.

Il verbale del 28 febbraio

Prendiamo ad esempio il verbale del 28 febbraio: tra i vari provvedimenti di cui il Cts chiedeva la revoca vi erano quelli relativi alla chiusura delle attività commerciali. In effetti, seguendo il filo logico esposto dal Comitato in tutti i verbali, l’idea di massima sembrava quella di voler chiudere selettivamente le zone più colpite senza andare a intaccare la produttività di aree molto estese e poco o nulla sferzate dall’epidemia, vanificando così la capacità di resistenza della popolazione sottoposta a chiusura.

Il verbale del 7 marzo

Il più significativo tra i verbali è senza dubbio quello del 7 Marzo 2020, situato in un momento storico in cui la crisi pandemica iniziava a mostrarsi nella sua virulenza: leggendolo ci si rende conto di come il Cts non avesse chiesto di operare un lockdown totale del Paese, bensì domandasse di proseguire con la individuazione di zone rosse a seconda degli effettivi indici di contagio.
Al contrario, come ben sappiamo, due giorni dopo il governo disattese del tutto questa indicazione tecnico-scientifica, imponendo con Dpcm il lockdown totale. Ciò significa che la decisione di chiudere l’intero mondo produttivo italiano, di recludere gli italiani nelle loro case, limitando le libertà costituzionali di ogni ordine, natura e grado, è stata una volontà squisitamente politica, e non tecnica.

Il verbale del 9 aprile

Nel verbale del 9 aprile, il Cts, sempre coerentemente con le proprie idee di chiusure selettive legate alla vera diffusione del virus, indica i criteri per procedere alle riaperture, tra cui naturalmente spicca la diversificazione a seconda del dato statistico dei contagi. Nonostante ciò il governo prolungherà senza alcuna differenza tra città e Regioni più o meno colpite il lockdown su tutto il territorio nazionale fino al 4 maggio.
A pagina 4 di questo verbale, tutto teso al superamento del lockdown, si registra un’altra notazione assai importante; il Cts raccomanda la massima verifica delle frontiere, degli ingressi nel Paese, degli aeroporti, e quindi dei flussi turistici, dei visitatori occasionali e naturalmente dei flussi migratori. Quel che sta avvenendo negli ultimi giorni, con l’aumento dei casi di ‘importazione’ contraddice frontalmente questa previsione e sembra quasi lasciar trasparire che il Governo abbia letto solo quel che voleva leggere in questi verbali.

Un dato non controvertibile, insomma, è che la responsabilità di determinate scelte, palesemente in contrasto con le indicazioni scientifiche, è da imputarsi alla classe politica al governo. L’opposizione farebbe bene a rimboccarsi le maniche.

Cristina Gauri

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