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Roma, 25 mag – Continuano le incongruenze per quanto riguarda la gestione, da parte del governo, della ripresa delle attività produttive nel corso della Fase 2. Questa volta gli imprenditori italiani hanno assistito, impotenti e amareggiati, al fallimento dell’operazione “Impresa sicura” che avrebbe dovuto garantire il rimborso del 100% delle spese, sostenute dai singoli datori di lavoro, per mettere in sicurezza le proprie aziende e i dipendenti. Parliamo di ingenti somme di denaro spese per accaparrarsi mascherine, guanti, detergenti, dispositivi di protezione, rilevatori di temperatura, camici, occhiali e visiere per la protezione degli occhi.

I 50 milioni stanziati dal decreto legge “Cura Italia”, già di per sé insufficienti per evadere tutte le richieste di rimborso, sono stati affidati a Invitalia, agenzia del ministero dell’Economia, diretta dall’ormai celebre super commissario Domenico Arcuri, la quale avrebbe dovuto occuparsi della gestione e distribuzione delle somme.

“Impresa sicura” finisce i soldi in un secondo

L’operazione si è svolta con il malefico – è proprio il caso di dirlo – sistema del “click day”: a partire dalle ore 9 dell’11 maggio, con un tetto massimo per ogni richiesta di 150mila euro, l’imprenditore, pigiando un tasto, avrebbe potuto aggiudicarsi la cifra desiderata. In teoria, secondo il bando di Invitalia, ci sarebbe stato tempo fino al 18 maggio per inoltrare la richiesta con il click, ma in pratica solo l’imprenditore munito del dito “più veloce del West” avrebbe avuto la meglio sul più lento, aggiudicandosi la sua quota. Insomma la logica del sistema, riassumibile in una frase, è stata: chi primo arriva, bene alloggia. Chi tardi arriva, perde tutto.

Infatti, il giorno 11 maggio, 1,046749 secondi dopo le 9, i soldi erano praticamente già finiti. Ad aggiudicarseli solamente 3.150 aziende fortunate che sono riuscite a far passare per prime, a discapito di tutte le altre, attraverso la giungla della rete, l’istanza dei contributi. In pratica su oltre 4 milioni di aventi diritto, a presentare la domanda sono state circa 250mila aziende di cui ammesse 208.826. Delle 208.826 aziende che hanno partecipato alla lotteria del “click day”, soltanto 3.150 riceveranno il tanto agognato rimborso. Una vera beffa, in particolare se si riflette sul fatto che i fondi sono andati esauriti nel giro di un misero secondo: la prima delle 3.150 domande ammesse, infatti, è arrivata dopo appena 0,000237 secondi e l’ultima, invece, è arrivata dopo i già citati 1,046749 secondi; tutte le altre domande giunte dopo non sono state ammesse perché i 50 milioni stanziati erano già esauriti.

Vince il più veloce, non chi ha più bisogno

Comprensibile il malcontento dei tanti imprenditori rimasti esclusi. Alcuni di loro sono fermamente convinti dell’impossibilità di inserire on line, in un secondo, il codice fiscale, la partita Iva, l’importo richiesto insieme al codice captcha (il sistema impiegato per verificare che dietro l’operazione ci sia una persona e non un robot) e poi cliccare il tasto invio. Chiaramente fa arrabbiare il fatto che solamente il più veloce, invece che il più bisognoso, ha avuto la meglio nella gara, magari oltretutto barando mediante l’utilizzo di un server.

Insomma, il commissario Domenico Arcuri, anche questa volta, ne ha combinata una delle sue. Ai già meravigliosi insuccessi e ritardi inanellati nei mesi trascorsi, adesso va aggiunto anche il flop del “click day” di Impresa sicura. Gli italiani, ormai esausti e disperati, si stanno domandando se sarà più complicato riprendersi dalla pandemia o dai fallimenti di Arcuri.

Alessandro Boccia