Torino, 20 ott — Perde un dito in un incidente sul lavoro, arriva all’ospedale per farselo riattaccare ma l’infermiera lo butta inavvertitamente via perché lo ritiene «troppo nero»: senza sapere che il dito è scuro non perché necrotico, ma perché appartiene a un indiano molto scuro di carnagione.

E’ l’assurda vicenda avvenuta all’ospedale Santa Croce di Moncalieri, in provincia di Torino. Il caso risale al 15 novembre del 2020 ma è tornato oggi sotto le luci dei riflettori dopo che l’avvocato Sabina Di Guardo, legale dello straniero, ha chiesto venisse riaperto il caso, archiviato in precedenza dal giudice.

Nessuna traccia del dito amputato

Protagonista della controversia è un 57enne indiano, rimasto vittima di un incidente sul lavoro in una fabbrica a Ceresole d’Alba (Cuneo). Lo straniero aveva perso il dito anulare che gli era rimasto tranciato, ma era riuscito a recuperarlo, avvolgerlo in una garza e portarlo con sé all’ospedale. Tutto nella speranza che gli venisse riattaccato. Era stato il personale sanitario del Santa Croce ad eseguire la fasciatura semplice: nove giorni dopo il caso era passato al Cto di Torino, dove l’indiano venne sottoposto a un intervento chirurgico alla mano. Ma non si trattava del tanto agognato intervento di ricucitura del dito amputato: di quello, infatti, si era persa irrimediabilmente traccia. La Procura, a quel punto, aveva aperto un’indagine, dalla quale era emersa l’amara verità: cioè, che al Santa Croce un’infermiera aveva scambiato il dito molto ricco di melanina per un pezzo di carne necrotica e l’aveva gettato. 

Parla il legale della parte lesa

«Siamo venuti a conoscenza che esisteva un secondo verbale di dimissioni dal pronto soccorso dell’ospedale di Moncalieri — dichiara a TorinoToday l’avvocato Di Guardo — che a noi non avevano consegnato in cui è stata stravolta la cronologia degli accertamenti fatti e sono stati inseriti accertamenti mai fatti. Come un prelievo venoso, di cui ovviamente non sono presenti i risultati in cartella clinica. Il primo verbale è stato riaperto sostenendo che il paziente avrebbe dovuto essere sottoposto a un intervento chirurgico all’ospedale di Chieri. Sottoposto a tampone rinofaringeo, però, era risultato positivo [al Covid, ndr] e per questo l’intervento era stato rinviato e spostato al Cto».

Molti gli elementi che non tornano: «Ma già allora non c’erano più tracce del dito anche se il mio cliente ancora non lo sapeva. Nel secondo verbale di dimissioni ci sono un falso ideologico e un falso materiale. Per queste ragioni voglio stimolare la riapertura del caso. Il mio cliente non ha più una mano funzionante, non ha più un lavoro e ha problemi economici. C’è anche una questione strettamente giudiziaria: chi è tenuto a registrare il percorso di un pezzo di un paziente che entra in ospedale?».

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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