Roma, 29 giu —  “Difendiamo la nostra terra, difendiamo la nostra gente” recitava lo striscione esposto per la lodevole iniziativa riminese contro il fenomeno delle baby gang. Ebbene penso che, prima di tutto, sia fondamentale partire col domandarci “chi siamo”.

Ogni giorno leggiamo e sentiamo l’uso di uno dei termini più insidiosi e scivolosi di sempre: “Occidente”. L’Occidente, se lo guardiamo con attenzione e senza andare ad esporre una ricostruzione storica, assomma a sé il culto dell’individuo sopra ogni altra cosa, la conseguente mercificazione delle esistenze, il predominio sconfinato del capitale globale. E’ dall’Occidente che vengono partoriti i “nuovi mostri” che predicano il conformismo assoluto abilmente celato dietro il discorso liberale. Il pensiero unico non ammette deviazioni critiche alcuna, pena l’etichettare, l’isolare e l’ostracizzare. E’ dall’Occidente liberale che nascono le “cancel culture”, le battaglie “woke”. Il tutto è all’insegna del lavora-produci-consumi-crepa, ora anche su ordinazione! Ah, i prodigi del progresso!

Rispondere a una rivoluzione con una rivoluzione 

Infine, l’Occidente non è (più) un luogo fisico geografico, l’Occidente è una rivoluzione antropologica compiuta, l’Occidente è l’uomo nuovo, sogno realizzato per alcuni, incubo per altri. Che fare? Si domanderebbe il vecchio Lenin. A una rivoluzione si può solo rispondere con una rivoluzione, per di più di pari intensità. Riscoprire l’invenzione ideologica del concetto di Occidente e riprendere le radici più integre della nostra storia, ossia quelle millenarie del nostro Vecchio Continente.

Non sorprende quindi che ogni argomento, uomo o partito che esca dalla narrazione ha già pronta la sua etichetta: se si è dubbiosi nei confronti del conflitto si è putinisti, se si è contro i tagli indiscriminati allo stato sociale si è comunisti, se si è contro le multinazionali si è socialisti, se si è contro lo sfacelo delle cosiddette baby gang, allora si è razzista.

Fenomenologia delle baby gang

Il fenomeno delle baby gang, come già accennato di recente, è originato da una politica immigrazionista imposta dall’alto, “senza se e senza ma”. Questi ragazzi, che ricordiamolo, spesso sono di seconda o terza generazione e quindi hanno, di fatto, la cittadinanza italiana, non si sentono italiani ma nutrono una forte appartenenza, quasi atavica, nei confronti del proprio paese d’origine: molto spesso questi ragazzi portano con sé bandiere nordafricane o non fanno mistero alcuno della tensione etnica che li anima. I recenti episodi sono lì a testimoniarlo. Le baby gang – identitarie solo e soprattutto nel clan – sono il prodotto culturale dei trapper, radical – gangster all’occidentale. La loro spavalderia non sarebbe mai permessa nei paesi di origine dei loro genitori, e loro lo sanno. Se solo si fosse usato lo stesso decisionismo, talvolta autoritario, usato per controllare, monitorare e sanzionare il jogger di turno, probabilmente si sarebbe mandato un segnale di autorevolezza. Difficile dire se si tratti quindi di mancanza di volontà o di visione politica.

Abbiamo perso giorni a stracciarci le vesti per il raduno degli alpini ma quando si tratta di una vera questione di sicurezza, a muoversi sono sempre e solo i soliti, come dimostra il presidio di sabato scorso in stazione a Rimini.

L’avidità è il carburante del degrado

Il fenomeno delle baby gang è poi incentivato da un’offerta bassa, a tratti bassissima, fatta da quei privati di scarsa professionalità ed etica del lavoro, che affittano case a decine di persone, o camere d’albergo a pochi euro a testa al giorno (vedasi cronaca recente) ma anche di coloro che vendono shottini a pochi euro. “Il punto è signori che l’avidità, non trovo la parola migliore, è valida, l’avidità è giusta, l’avidità funziona. Penetra, chiarifica e cattura l’essenza dello spirito evolutivo. La vita in tutte le sue forme: l’avidità di vita e di amore, di denaro ha improntato lo slancio in avanti di tutta l’umanità.” Queste le parole di Gordon Gekko nel film cult “Wall Street”, parole rappresentarono egregiamente l’Occidente rampante degli anni Ottanta, foriero di tutti quei disvalori, la cui progenie oggi edifica un presente meno scintillante e più pezzente.

La cultura è la chiave

Il fenomeno delle baby-gang non lo si argina con un blocco navale, vero e proprio cerotto su una ferita da granata, ma lo si affronta con l’educazione, la cultura e una vera e propria riscoperta della propria identità e la pretesa che questa venga rispettata da chi viene da fuori. È importante ricordare che un’identità debole è destinata inesorabilmente a soccombere nei confronti di una forte, perché, in fin dei conti, la stiamo smarrendo del tutto a favore del più becero ciarpame (dis)valoriale di matrice anglosassone e statunitense.

L’immigrazione va poi regolamentata e rivista in un’ottica di lungo periodo, che tenga presente il dramma della denatalità nazionale e non gestita come arma contro i popoli e le nazioni o esercito di riserva per il capitale, dove a farne le spese sono sia gli autoctoni che gli stessi immigrati. Berto Ricci scriveva: ‘non conformi, non indifferenti ma in pugna co’ tempi’! Ricordare il proverbio arabo che così suggerisce: “Tempi duri generano uomini forti, uomini forti generano tempi felici. Tempi felici generano uomini deboli, uomini deboli creano tempi duri”. Essere quindi esempio, proprio perché la parola insegna, l’esempio guida.

In alto i cuori!

Valerio Savioli

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3 Commenti

  1. purtroppo un argomento importante, in più punti affrontato correttamente, viene infine svilito con le solite frasi fatte “ciarpame anglosassone”, quale? lo stesso che ispira migliaia di camerati italiani storicamente simpatizzanti delle culture inglesi? non vi rileggete? non vedete che alla fine quello che emerge è sempre e solo un vetusto antiamericanismo e una semplice fobia per lo straniero? Costruire l’identità significa identificare PER cosa si è, non solo CONTRO cosa si è. Altrimenti è la stessa roba che fa la sinistra, coalizzarsi contro un nemico immaginario perchè in assenza di questo c’è il nulla cosmico.

  2. Identità giusto perché dobbiamo riconoscerli. Radici giusto perché le devono mettere in galera, cultura giusto perché se la devono fare in galera.

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