Il Primato Nazionale mensile in edicola

Lecce, 30 mar – Dopo anni di trattative politiche e schermaglie burocratiche, la battaglia contro la realizzazione del Trans Adriatic Pipeline è sfociata nel conflitto fisico. L’avvio dei lavori per la realizzazione del gasdotto, che dovrebbe fornire ai Paesi europei approvvigionamenti di gas provenienti dall’Azerbaijan attraverso Grecia, Albania e Italia, è stata la scintilla che ha acceso l’esasperazione dell’intero territorio, coinvolgendo non solo cittadini e comitati NoTap ma anche le istituzioni locali.

le ragioni del No alla TapLo scorso mese, a margine dell’incontro tenuto a Baku dall’Advisory Council per il Corridoio sud del gas, il vice presidente della Commissione europea, lo slovacco Maros Sefcovic, aveva intimato al ministro Calenda di accelerare l’iter per lo sblocco dell’opera in territorio pugliese, al fine di restituire fiducia alle banche e ai partners europei. La Tap, che ha sede legale a Baar in Svizzera, conta fra i maggiori azionisti British Petroleum (20%), Socar (Società di stato azera, 20%), Statoil (20%), Fluxys (19%), Enagas (16%) e Axpo (5%). Un insieme di multinazionali del settore che non riescono, però, a garantire stabilità economica alla Compagnia, indebitata per oltre cento milioni di euro e in grosse difficoltà nell’offrire garanzie alla Banca Europea per gli Investimenti, fortemente intenzionata a revocare il prestito di due miliardi di euro.

All’interno di questo contesto la marina di San Foca, frazione del comune salentino di Melendugno, diventa il problema principale di un’opera da 45 miliardi di euro: uno scenario che, probabilmente, non avrebbero potuto immaginare neanche Goscinny e Uderzo, autori del fumetto Asterix. Gli “irriducibili salentini”, provati dall’aumento preoccupante di tumori e neoplasie (nella provincia di Lecce si registra un aumento del 26% rispetto alla media nazionale), dal disseccamento degli ulivi, dall’inquinamento delle falde acquifere e dei terreni, hanno deciso che il Tap non sarebbe diventato l’ennesimo scempio ambientale ed economico del territorio. Per questo motivo il ministro Calenda, dopo la riunione di Baku e le raccomandazioni dei protectors di Tap, ha indotto l’esecutivo a forzare la mano per dare avvio all’apertura del cantiere di San Foca. Il famigerato “inizio lavori”, che dovrebbe rassicurare gli investitori, è costituito dall’espianto di 211 ulivi (su 1900 complessivi) in contrada San Basilio, un piccolo appezzamento di terreno dalla superficie irrilevante rispetto all’ampiezza del progetto. Un lembo di terra che lo Stato ha deciso di militarizzare negli ultimi tre giorni, inviando oltre duecento unità tra Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza, con l’ordine di agire in piena libertà affinché i lavori potessero essere avviati.

La cronaca racconta di cariche delle forze dell’ordine anche nei confronti di parlamentari, consiglieri regionali, sindaci e amministratori. Una guerra, anche fisica, tra istituzioni, in testa il sindaco di Melendugno, Marco Potì, seguito a vista e ripreso in ogni suo movimento dagli agenti della digos, ma sostenuto nel suo ruolo di garante del territorio da un presidio permanente unito e trasversale, alimentato da cittadini, associazioni, amministratori. Il prefetto di Lecce, Claudio Palomba, ha disposto ventiquattro ore di sospensione dei lavori, per permettere alle forze dell’ordine di ritemprarsi dopo tre giorni di continue tensioni e scontri sotto il sole già cocente del Salento. Un giorno di tregua, prima di riprendere la contesa tra il popolo e le multinazionali del gas.

Redazione

Commenta