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Salvatore Buzzi

Roma, 11 gen – “Caro Sansonetti, sono il famigerato Salvatore Buzzi, arrestato il 2 dicembre nell’inchiesta Mafia Capitale, che ti scrive la notte di Natale per chiederti di darmi un attimo del tuo tempo.”  Così inizia la lettera che Salvatore Buzzi dal carcere indirizza direttamente al direttore del quotidiano Il Garantista. Nella missiva, il patron della 29 Giugno difende le ragioni della propria innocenza nonché la stessa onorabilità della cooperativa di cui è fondatore. “Io mi reputo una persona seria e onesta, che ha lavorato tanto per creare un gruppo  cooperativo dove lavorano migliaia di persone e che non ha mai rubato nulla alle aziende che amministra”.



Buzzi, uno dei principali indagati nell’ambito dell’inchiesta Mondo di mezzo” nella lettera non manca di fare luce sui suoi rapporti con l’altro sospettato numero 1 di Mafia Capitale, l’ex Nar Massimo Carminati: “Conosco Carminati da oltre 30 anni e l’ho frequentato dal 2012, quando era un uomo libero e senza pendenze; non ho mai commesso reati con lui né, tanto meno, l’ho visto  commetterne! I miei rapporti con lui sono sempre stati alla luce del sole e non ho mai nascosto la sua frequentazione, era lui il maniaco della sicurezza, ma constato che è servita a poco”. Buzzi e Carminati si sono conosciuti effettivamente all’inizio degli anni ’80, quando entrambi scontavano le rispettive pene nel penitenziario romano di Rebibbia.

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“Non ho mai corrotto un politico, ma ho finanziato legalmente moltissimi esponenti politici” – continua Buzzi in quella che da una difesa del proprio operato diventa una neanche troppo velata forma di  J‘accuse – casomai sono io che ho subìto qualche ‘delicata estorsione’ da qualche solerte funzionario e/o dirigente.” Un’altra lettera Buzzi l’ha scritta al presidente della Commissione Antimafia della Camera, Rosy Bindi, per “spiegare analiticamente molti episodi che mi sono contestati”.

Riguardo l’imponente materiale di intercettazioni in mano agli inquirenti, Buzzi non ritiene possano considerarsi prove di colpevolezza: “Certo ho detto tante parole in libertà, ma sfido chiunque nell’intimità, se registrato, a non doversi poi scusare per qualche giudizio avventato espresso: e io ho avuto le microspie in ufficio e in auto per due anni.”

Poi la chiosa finale, con una richiesta di aiuto al direttore Sansonetti per dimostrare la propria innocenza: “Non ti chiedo di credermi a priori, ma ti chiedo di chiamare il mio avvocato e documentarti anche sulle fonti della difesa, e se ti convinco anche un po’, aiutami nella mia solitaria battaglia per far valere le mie ragioni e riconquistare l’onore perduto“.

Michele de Nicolay

 

 

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