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Roma, 25 dic – Si può demonizzare ogni giorno la spesa pubblica, per definizione (loro) brutta cattiva e improduttiva, mentre si piange per raschiare qualche contributo statale? Se vi sembra un atteggiamento ipocrita, siete in buona compagnia nell’osservare con questi stessi occhi quel che sta succedendo al Foglio negli ultimi giorni.

Azzerati i contributi al Foglio

Partiamo dall’inizio. E’ di ieri un editoriale nel quale il direttore del quotidiano, Claudio Cerasa, denuncia che il Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della presidenza del Consiglio dei ministri avrebbe deciso di escludere il Foglio dai contributi previsti per l’editoria nell’anno 2018. La scelta sarebbe legata ad una vecchia indagine della Guardia di Finanza, secondo la quale la testata non rispetterebbe da tempo i requisiti previsti per l’accesso alle agevolazioni. Da qui la scelta di depennarla dagli stanziamenti, con il rischio addirittura di dover sottostare alla richiesta di restituire quanto percepito.

Fra le motivazioni, spicca quella di essere “organo di un movimento inesistente, la Convenzione per la giustizia”, spiega Cerasa, che ovviamente nega tale circostanza. Non era dello stesso avviso il fondatore Giuliano Ferrara, che nel 2006 ammetteva: “dal secondo anno dalla fondazione, il contributo dello stato, con il trucco della famosa ‘Convenzione per la Giustizia’ che era un… Beh, un trucco, la legge dava una possibilità e noi l’abbiamo sfruttata, è un trucco nel senso che non era un vero partito […] un escamotage, sì, legale, perfettamente legale”.

Nel prosieguo del corsivo, Cerasa sembra far passare la vicenda per un complotto ordito dalle stanze del governo contro la libertà di espressione. È così? Forse sì, forse no. Non sarebbe una novità, visti i precedenti di questo esecutivo. Scendere nei tecnicismi, i quali hanno a che fare anche con un querelle relativa alla differenza fra copie vendute e la tiratura, ci interessa però molto poco. Il punto, semmai, è un altro e ha a che fare con l’incoerenza di chi vorrebbe il mercato per tutti tranne – ovviamente – quando si tratta del proprio portafogli.

54 milioni di fondi pubblici

Un mercato con il quale il Foglio non sarebbe, d’altronde, in grado di confrontarsi. Ad ammetterlo è lo stesso direttore, quando si lascia sfuggire che un terzo del sostentamento del quotidiano deriva proprio dai contributi pubblici. Sui quali non hanno mai lesinato: pur in deciso calo nel corso negli ultimi anni, dal 1997 ad oggi sono ammontati ad oltre 54 milioni di euro. Tradotto: senza l’intervento dello Stato, il Foglio non sarebbe in grado di sostenersi perché, nonostante “quel nucleo di italiani [che] ci ha rinnovato la sua fiducia e donato un serio prestigio” (Cerasa dixit), evidentemente non riesce a vendere a sufficienza per coprire le spese di gestione. Generando così un’incapacità di onorare le obbligazioni contratte, preludio all’insolvenza e quindi – se il Foglio fosse un imprenditore commerciale – anticamera al fallimento.

“Dio benedica i mercati. Dove passano le merci non passano gli eserciti. Dove non passano i mercati, passano gli incapaci. Dalla Turchia all’Italia. Perché i mercati sono il migliore alleato di una democrazia intenzionata a non fuggire dalla realtà”, spiega sempre Cerasa nell’agosto 2018. “L’austerità fa crescere”, gli faceva eco Veronica De Romanis, una delle firme di punta. Mentre Luciano Capone, tra i volti più noti del quotidiano, non esita a definirsi “liberista sfrenato, a volte persino selvaggio”. Bene, eccola l’austerità, ecco i valori del libero mercato. Come dite? Quando tocca voi non vale?

Filippo Burla

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6 Commenti

  1. Danno I solid a radio radicale buttano via milioni di nostri euro per finanziare camera straccia e dannosa come il foglio il manifesto ecc cosa c’entra il liberismo e il mercato? Questo è il solito magna magna dei soliti porci chiedessero i soldi a veronica Berlusconi invece che a noi questi sporchi sionisti

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