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Iraq
L’Mbt “Ariete” C1

Roma, 9 mag – Ci siamo, era già nell’aria da parecchi mesi come anticipato più volte dalle pagine di questo giornale: l’Italia schiererà truppe per la difesa della diga di Mosul, in Iraq, a partire da fine maggio. “L’Italia era pronta da fine aprile, dei team avanzati sono già sul posto per fare ricognizione e da fine maggio la task force inizierà a dispiegarsi a protezione dei lavori di messa in sicurezza della diga di Mosul, sul Tigri” sono le parole del ministro della Difesa Roberta Pinotti rilasciata oggi sul Quotidiano Nazionale.

Inizialmente il contingente sarà di circa un centinaio di uomini facenti parte della brigata “Garibaldi” dei Bersaglieri il cui numero aumenterà a 45o entro ottobre di quest’anno: la missione infatti durerà due anni e servirà, almeno sulla carta, a proteggere i lavori di manutenzione della diga ad opera del Gruppo Trevi che prevede una tempistica che va dai 12 ai 18 mesi: “I lavori dureranno un anno e mezzo, fino a ottobre dell’anno prossimo. Gli italiani saranno una settantina, i locali almeno 250. Poi stranieri di altre nazionalità. Il cantiere sarà pienamente operativo da metà settembre e riprenderemo la manutenzione che si faceva prima, certo con tecnologie più all’avanguardia” ha dichiarato l’ad del gruppo, Stefano Trevisani.

iraq
Incursori Paracadutisti addestrano al tiro i Peshmerga curdi

Sembra che il contingente di militari verrà appoggiato anche da forze corazzate e da artiglieria: è previsto infatti il dispiegamento dei Dardo”, dei carri Ariete” e dei semoventi Pzh-2000, ma ancora non c’è nulla di confermato. Non passa inosservato anche il recente invio in Iraq di un contingente formato da 130 militari (incluso un plotone di fanteria aeromobile del 66° reggimento “Trieste”) e 8 elicotteri (4 elicotteri NH-90 e 4 AW-129 “Mangusta”) del 7° reggimento “Vega” destinati al fronte curdo, dove i nostri Incursori paracadutisti stanno addestrando, ormai da mesi, le forze Peshmerga nella lotta contro il Califfato, ma anche contro le forze dell’Esercito Siriano data l’ambiguità della condotta delle operazioni militari curde nella guerra civile siriana.

Questo scenario ci pone davanti alcune forti perplessità. Innazitutto i soldati che saranno chiamati a difendere la diga di Mosul avranno, purtroppo come da copione, una mano legata dietro la schiena: il ministro Pinotti infatti, nella medesima intervista, sottolinea come la Difesa non stia pensando di inviare supporto aereo tattico per la missione: “I nostri velivoli svolgono una missione di ricerca e acquisizione obiettivi, specializzazione nella quale siamo tra i migliori al mondo, e che è fondamentale per chi fa operazioni di attacco al suolo. Quindi, va bene così. Non cambieremo. Quello che servirà a Mosul, e che ci sarà, è la cosiddetta personnel recovery, cioè elicotteri in grado di intervenire per portare in salvo personale disperso o ferito”.
Insomma in caso vi sia la necessità di richiedere supporto aereo ad ala fissa, i nostri militari dovranno affidarsi alle forze della Coalizione (leggasi americani) con tutti i ritardi e difficoltà che ci saranno a causa delle diverse catene di comando. E le Brigate di Manovra Pluriarma? Ed il concetto di razionalizzazione e snellimento delle procedure di Joint Fire? Tutto nel dimenticatoio, e tutto per opportunità politica perché non si vuole infastidire più di tanto i già alterati alleati iracheni, che non hanno mai nascosto di vedere di cattivo occhio l’intervento italiano sostenendo che la diga in realtà non ha bisogno di manutenzione urgente e non è mai stata a rischio crollo come sostenuto dal Governo Renzi e dall’ambasciata statunitense a Baghdad.

Il problema sembra infatti essere Washington che in questi mesi, anche a fronte dell’intervento armato russo, ha richiesto ai suoi alleati un sempre maggiore impegno in quel teatro di guerra, l’unico che sono in grado di gestire autonomamente. Teatro che non è mai stato decisivo nella lotta contro il Califfato e che anzi ha visto spesso e volentieri vacillare la resistenza dell’Esercito iracheno e dei Peshmerga curdi, questi ultimi forse troppo impegnati a trafficare petrolio e combattere Assad. Un fronte, quello iracheno, che, come abbiamo sempre sostenuto, ci riguarda in modo molto marginale stante la prossima apertura di quello libico nella guerra all’Isis, dove davvero i nostri interessi nazionali sono già in discussione e dove dovremo essere decisivi per evitare una vietnamizzazione del conflitto. Questo intervento a Mosul sembra quindi il solito regalo fatto agli americani, anche considerando il valore del contratto del Gruppo Trevi: circa 300 milioni di euro (non i due miliardi annunciati a dicembre da Renzi) che rappresentano ben poca cosa rispetto alla grandezza del dispositivo militare schierato dall’Italia, che ovviamente sarà a carico del contribuente e graverà non poco sulle esigue risorse disponibili per la Difesa in termini di logorio di uomini e soprattutto mezzi. Risorse che, ad esempio, non sono state sfruttate nei mesi e anni scorsi quando ci sarebbero state da proteggere le installazioni petrolifere dell’Eni in Libia, che infatti si è dovuta affidare a contractors privati, cosa che, peraltro, sarebbe stata sufficiente anche per la difesa della diga di Mosul.

Paolo Mauri

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4 Commenti

  1. Articolo, come sempre chiaro e ben scritto dall’ ottimo Sig. Mauri.

    Alla sua osservazione “ennesimo regalo fatto all’ America”, Sig. Mauri, aggiungerei anche “ennesimo regalo fatto all’ opinione pubblica”, tanto per tacitare gli “interventisti” come noi, facendo vedere che – per l’ appunto – PRESENZIAMO, ovviamente – e me lo permetta, in perfetto stile italico – senza però andare ad impegnarci su un vero “fronte sensibile”, rimanendo dietro le quinte, su uno del tutto secondario, ed in attesa che gli alleati, ancora una volta, facciano (e vincano) la guerra anche per noi.

    E ci va ancora di lusso, se pensiamo che questa volta la guerra la stanno vincendo i Russi, e non gli americani.

    La geniale pensata del “ministro” pinotti, di privare le nostre Forze di Terra del necessario (anzi indispensabile) appoggio aereo la dice lunga (anzi tutta) sulla sua reale preparazione militare e strategica, e sulla sua assoluta inadeguatezza a ricoprire il proprio ruolo. L’ avevo già definita una nullità in un altro mio commento, ribadisco qui la medesima opinione nei confronti di tale personaggio.

    Niente da dire, ennesima “Crociera del Giusto Mezzo” di Persaniana memoria, alla salute del vecchio ammiraglio originario di Vercelli.

  2. Siamo trattati come le truppe coloniali, oppure come eravamo trattati da Roma a scendere nel 44-45 dove servivano autisti e manovalanza ,ricordare il caso Bellomo segui l’ idea del Re e dei suoi alleati combattè contro i tedeschi e poi fu fucilato perché gli Inglesi si ricordarono che aveva fatto la guerra d’ Africa in uno scontro a fuoco aveva ucciso un Uf..Inglese
    Al Nord i tedeschi diffidavano di noi per ovvi motivi , al sud gli “alleati ” neanche ci calcolavano perchè inaffidabili e volta faccia
    Come possiamo pretendere oggi di essere trattati pari , guarda chi sei nella storia militare e non ti lamentare
    Si può perdere una guerra con onore ma si può perdere con disonore , e vigliaccheria , purtroppo sono segni che non si cancellano più , anche perchè dalla alto non cambia nulla e chi parla o dice il giusto non fa carriera
    Non penso di aver scoperto l’acqua calda , purtroppo

  3. I “paracadusti” non vengono mai utilizzati per il compito per cui nascono , ma la storia della seconda guerra in Africa lo insegna ,
    Dobbiamo ancora stabilire “le ragioni” che spinsero nel Luglio 1942 la divisione paracadutisti Folgore in libia come una banale unità di fanteria leggera facendola decimare (di 6450 ne restarono in vita solo 340 ) quando avrebbero dovuto utilizzarle come un mirato lancio dirompente alle spalle dello schieramento nemico ?
    Come la divisione Nembo (costituita 11 gennaio 1943 ) trasferità nel maggio 1943 in Sardegna invece di essere dislocata in Sicilia in previsione dello sbarco Anglo Americano ?
    Le domande sempre logiche ed attuali

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