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Terza parte della nostra inchiesta sugli italiani costretti a fuggire all’estero: i dati sull’emigrazione italiana secondo altre fonti: Idos, Aire, Osservatorio statistico Consulenti del lavoro
Qui la prima parte dell’inchiesta
Qui la seconda parte dell’inchiesta
Roma, 18 mar – Secondo diverse autorevoli fonti (Idos e Aire), i flussi effettivi dell’emigrazione sono ben più elevati rispetto a quelli registrati dalle anagrafi comunali, e quindi dall’Istat, come risulta dagli archivi statistici dei paesi di destinazione, specialmente della Germania e della Gran Bretagna (un passaggio obbligato per chi voglia inserirsi in loco e provvedere alla registrazione di un contratto, alla copertura previdenziale, all’acquisizione della residenza e così via).
Come emerso in alcuni studi, rispetto ai dati dello Statistisches Bundesamt tedesco e del registro previdenziale britannico (National Insurance Number), le cancellazioni anagrafiche rilevate in Italia rappresentano appena un terzo degli italiani effettivamente iscritti. Pertanto, i dati dell’Istat sui trasferimenti all’estero dovrebbero essere aumentati almeno di 2,5 volte e di conseguenza nel 2016 si passerebbe da 114.000 cancellazioni a 285.000 trasferimenti all’estero, un livello pari ai flussi dell’immediato dopoguerra e a quelli di fine Ottocento. Peraltro, non va dimenticato che nella stessa Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero il numero dei nuovi registrati nel 2016 (225.663) è più alto rispetto ai dati Istat. Naturalmente, an-drebbe effettuata una maggiorazione anche del numero degli espatriati ufficialmente nel 2008-2016, senz’altro superiore ai casi registrati (624.000).
Sono queste le conclusioni cui si giunge nel capitolo che il Dossier Statistico Immigrazione 2017, dedica agli italiani nel mondo. I flussi dell’emigrazione italiana verso l’estero, così si conclude nel rapporto, meritano maggiore attenzione: “Innanzi tutto sotto l’aspetto quantitativo, avendo raggiunto, se non superato, i livelli conosciuti dall’Italia quando si concepiva ancora come un paese di emigrazione. Ma va preso in considerazione anche l’aspetto qualitativo, perché è elevato il numero di diplomati e laureati coinvolti. Seppure in un contesto globalizzato la mobilità rappresenti una prospettiva normale, è necessario attuare una politica occupazionale più incisiva e occuparsi con maggiore concretezza dell’assistenza a quanti si sentono costretti a emigrare, assicurando loro in pieno il diritto di essere cittadini italiani, incluso il voto”.
Secondo il rapporto “Il lavoro dove c’è” presentato a Roma dall’Osservatorio statistico dei Consulenti del lavoro un esercito di 509.000 connazionali si è cancellato dall’anagrafe per trasferirsi all’estero per motivi di lavoro tra il 2008 e il 2016. La prima destinazione degli italiani in fuga dalla crisi è stata la Germania, dove nel solo 2015 in 20mila hanno trasferito la residenza; al secondo posto la Gran Bretagna (19mila) e al terzo la Francia (oltre 12mila). L’esodo occupazionale degli italiani verso l’estero, si legge nel dossier dei Consulenti, ha subito un significativo incremento a partire dal 2012, anno in cui a fare le valigie erano state 236.160 per-sone, cifra salita a 318.255 nel 2013 e a 407.114 nel 2014, per poi superare il mezzo milione nel 2015. Ma non sono stati solo gli italiani ad abbandonare la penisola: tra il 2008 e il 2016 quasi 300mila cittadini dell’Est dell’Europa, in particolare romeni, polacchi, ucraini e moldavi, sono tornati in patria perchè il costo del trasferimento di residenza nel nostro Paese «non era più giustificato dai redditi da lavoro percepiti».
Gian Piero Joime

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