Roma, 20 gen – La storia di Giuseppina, la bidella che ogni giorno farebbe la pendolare da Napoli a Milano per raggiungere la scuola dove lavora, è stata ripresa da tutti i principali organi di stampa italiani e ha dato il via a diverse polemiche che riguardano tanto la veridicità del suo racconto quanto implicazioni più profonde.

La storia di Giuseppina

I punti che non combaciano nella narrazione dell’operatrice scolastica sono parecchi e toccano più ambiti, a partire dallo stesso cognome che sarebbe Giugliano e non Giuliano come invece era stato inizialmente riportato. Più corposi i dubbi sulle cifre per i biglietti del treno con cui Giuseppina farebbe la spola dalla sua casa di Napoli al Liceo Artistico Boccioni di Milano dove lavora, così come gli orari dei viaggi. La bidella aveva raccontato che, acquistando in largo anticipo carnet con più biglietti di viaggio e sommando a questi sconti e coupon, riusciva a tenere i prezzi mensili intorno ai 400 euro. Una cifra che a molti è parsa inverosimile. Allo stesso modo, non combaciano alcuni degli orari di partenza e di arrivo dei treni che aveva indicato. Dopo che la vicenda di Giuseppina era stata resa pubblica, Federico Ferazza di Wired ha riportato in un tweet come l’operatrice scolastica risultasse in congedo e che avesse fatto quel tipo di viaggio solamente due volte. Un’affermazione che invece contrasta con quanto raccolto da Il Giorno che, parlando con gli studenti e con il personale del Liceo Boccioni, ha invece confermato la versione di Giuseppina.

Una forma interiorizzata di sfruttamento

Al di là dei dati concreti, sui quali al momento non ci può essere totale accordo, si possono fare diverse riflessioni. Il caso di Giuseppina evidenzia, qualora ce ne fosse bisogno, le storture e le deformazioni che emergono quando il diritto alla casa non viene salvaguardato. Tra caro vita, affitti alle stelle e stipendi bassi l’emergenza abitativa è sempre più una realtà, condannando tantissime persone ad una esistenza di precarietà ed incertezza. Il racconto di Giuseppina aggiunge un altro tassello, per certi versi peggiore: la resa di fronte a questo dato di fatto e la valorizzazione del proprio sfruttamento. Come testimonia lei stessa, questo meccanismo viene addirittura interiorizzato: “Certo il prezzo da pagare è caro a livello di comodità perché mi rendo conto che non è da tutti fare la vita che sto facendo io. Ad alcuni potrebbe anche sembrare anche una follia. Ma a me va bene così”. Una costrizione che viene però vissuta positivamente in quanto apparentemente libera: “Ognuno è libero di scegliere come meglio impostare la propria vita. E io ho scelto la mia”. Ma che in realtà nasconde solamente una quiescenza ad una forma di sfruttamento. Non solo, questo atteggiamento viene gratificato e incensato da certa stampa (almeno quando non è impegnata a proporre Onlyfans come modello di carriera) quasi fosse un esempio positivo di resilienza o di capacità imprenditoriale, mentre al contrario nasconde tutt’altro.

Michele Iozzino

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1 commento

  1. Un modo per dormire a meno che in affitto, visto che quando arrivi poi devi ripartire. E’ giovane, come bidella non si ammazza di fatica, si può anche fare, ma fosse operaia in fabbrica la vedrei una vita impossibile.

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