Roma, 11 gen — Vi siete mai chiesti perché le imprese degli eco-bimbiminkia di Ultima Generazione — dai blocchi del traffico ai lanci di vernice sulle facciate dei palazzi istituzionali, passando per le azioni nei musei — ottengono, in tutto il mondo, una copertura mediatica di tale rilevanza? Vi siete mai domandati perché ovunque vi siano «i piccoli guerrieri del clima», come li ha coccolati la stampa mainstream, in procinto di incollarsi ai muri o di fermare ambulanze che trasportano feriti gravi, è presente una selva di giornalisti e telecamere a riprendere il tutto con formidabile tempismo? Talmente formidabile da sfiorare (e abbiamo usato un eufemismo) il ridicolo.

Chi foraggia Ultima generazione?

Per trovare una risposta è sufficiente, al solito, seguire la scia delle banconote, come suggerisce oggi un articolo della Verità che parla di «regia unica, strutturata ed efficace». La quale scia conduce dritta al Climate emergency fund, la cui sede si trova a Beverly Hills, California. La Cef risulta essere un’organizzazione non-profit 501c(3); un ente, come viene classificato dall’ordinamento Usa, che raccoglie donazioni e finanzia piccoli gruppi di attivisti, il tutto esentasse. «Sosteniamo gli attivisti coraggiosi che svegliano il pubblico all’emergenza climatica», spiega il sito web. Tra gli slogan figura: «Il gradualismo ha fallito. Ma l’attivismo funziona».

Climate emergency fund finanzia, tra gli altri, Ultima generazione in Italia e Just stop oil in Gran Bretagna; si occupa della formazione degli attivisti e stabilisce come condurre le azioni e allertare i media, fornendo consulenza tecnologica e legale con relativo fondo a sostenere le spese dei piccoli «guerrieri» che, ben lungi dall’agire a c*lo scoperto, possono godere di una copertura che spazia dai 35mila agli 80mila dollari a gruppo. Sono 94 le organizzazioni foraggiate dal 2019 con oltre 22mila attivisti coinvolti. 

Chi sono i finanziatori

Direttore esecutivo di Climate Emergency Fund è la 36enne Margaret Klein Salamon, psicologa clinica. Ma le sorprese emergono spulciando l’elenco di nominativi del board, quasi completamente formato da sceneggiatori e produttori di Hollywood: per cominciare il premio Oscar, regista e produttore Adam McKay, che ha diretto il film catastrofico Don’t look up e l’anno scorso ha versato 4 milioni di dollari a Cef, all’immancabile Vice e The big short. C’è poi Aileen Getty, filantropa erede della famiglia di petrolieri Getty (ironia della sorte), e Rory Kennedy, figlia di Bob (il fratello di John Fitzgerald Kennedy assassinato nel 1968), regista e produttrice cinematografica, Geralyn Dreyfous, produttrice cinematografica e televisiva, e l’ambientalista e produttrice di documentari Shannon O’Leary Joy.

La solita élite di miliardari

Non deve stupire, quindi, la rapidità con cui le dimostrazioni degli eco-burattini vengono diffuse e amplificate mediaticamente urbi et orbi; non stupisce nemmeno il pathos che perennemente permea dalle dichiarazioni di questi ragazzini (ospitati e vezzeggiati nei salotti televisivi di mezzo mondo) che si prestano a recitare un copione studiato millimetricamente a tavolino, in cui la tensione emotiva e il lirismo da quattro soldi sulle «buone battaglie» da combattere vengono amplificati dai peana delle Concite de Gregorio di turno. Siamo di fronte, dunque, all’ennesimo capitolo della saga: miliardari che pagano per influenzare un’agenda politica sovvenzionando e fanatizzando un piccolo, agguerrito esercito di mini-utili idioti.

Cristina Gauri

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