Roma, 8 ott – Che gli esponenti del governo italiano abbiano qualche difficoltà a separare i loro ruoli di capipopolo, influencer e comunicatori politici da quelli di uomini dello Stato è ormai abbastanza chiaro, anche se in un Paese come l’Italia, dove il senso dello Stato è sempre stato merce rara, anche e soprattutto negli attuali avversari della maggioranza gialloverde, la cosa desta meno sorpresa.

Il punto non è, ovviamente, quello di evocare un astratto galateo istituzionale, quelle “buone maniere” da “statisti” di cui i vari Monti, Letta e Gentiloni erano maestri, ma che si accompagnavano alle peggiori politiche antinazionali. Il punto è, invece, che sarebbe sempre bene non dare ossigeno a un avversario alle corde. Prendiamo lo sfogo di Luigi Di Maio contro Repubblica: una constatazione banale (riassumendo brutalmente: sono in crisi perché sparano bufale, quindi presto chiuderanno) ampiamente suffragata dai fatti, ma che, sulla bocca di un vicepremier, è parsa una sorta di minaccia censoria, tale da far scattare il riflesso pavloviano della casta giornalistica e della solidarietà contro la povera testata di opposizione minacciata da un potere che non ammette critiche. È ovviamente un gioco delle parti, con Di Maio che galvanizza i suoi, cavalcando una tipica battaglia grillina (quella contro i giornali mainstream e contro la vecchia stampa in generale) e Repubblica che cerca di uscire dall’angolo in cui era finita per manifesta incapacità di comprendere il presente dandosi il tono del Samizdat scomodo ai potenti.

Peccato, perché la riflessione sulla crisi della stampa tradizionale meriterebbe ben altro approfondimento. Lo abbiamo letto (e detto) un’infinità di volte: c’è un grosso problema di affidabilità dei media se ogni “mostro” giornalistico, da Trump a Salvini, passando per il fresco Bolsonaro, viene dipinto a reti unificate come un macellaio, un ritardato, uno stragista, ma poi, al momento del dunque, costui finisce sempre per passare all’incasso di consensi dilaganti, per lo più crescenti in maniera direttamente proporzionale alla demonizzazione mediatica. Un giornale o un talk show è libero di avere la propria linea editoriale e di detestare qualsiasi politico, ma lo sforzo di comprenderne il successo dovrebbe essere il minimo sindacale.

La crisi dei giornali è del resto solo una parte di una crisi di legittimità delle “agenzie di senso” del mondo occidentale. Lo stesso dilagare del complottismo, anche nelle sue forme più ingiustificate e parodistiche, ha in parte a che fare proprio con il lento, ma costante, logorarsi della credibilità di chi dovrebbe stabilire il vero e il falso. Sarebbe del resto strano il contrario, ovvero se un popolo che viene sempre più spesso raccontato come il problema della democrazia attuale continuasse a dar fiducia proprio a quelle tribune che di esso danno questa narrazione mostrificante. Prima di prendersela con Di Maio, che sta solo facendo cinicamente il suo gioco, i media tradizionali dovrebbero quindi fare un grosso esame di coscienza sul modo in cui in questi anni hanno raccontato la realtà. Ha pagato puntare tutto sulle “berizzate” sconclusionate e zeppe di errori, su “Nazitalia” e sulle istruzioni per il trattamento dei fascisti spiegate da Zerocalcare? Paga continuare a ospitare i deliri di Eugenio Scalfari sui plebei da contrastare e sul meticciato da imporre? Paga dipingere George Soros come un filantropo quando tutti (persino Enrico Mentana) si sono accorti da tempo che è uno speculatore? Pagano gli articoli sugli immigrati più bravi a scuola, contribuenti più generosi ed esempi viventi di tolleranza, quando gli italiani, quotidianamente, nelle strade, non hanno riscontro della presenza di tali superuomini colorati venuti a migliorare le nostre imperfette società? Si rifletta su questo, prima di piangere sulle provocazioni di Di Maio.

Giorgio Nigra

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3 Commenti

  1. Secondo me Di Maio ha fatto bene ad attaccare pubblicamente quelli sparaballe di Repubblica e simili.
    Non credo sia stato cinico, ha fatto sentire una voce finalmente di aspra critica. Stiamo ancora finanziando una stampa schieratissima, ultra liberista e immigrazionista che se ne frega dei milioni di poveri italiani perché tutta protesa a tutelare altri problemi.
    Mi auguro che Conte, Di Maio e Salvini passino ai fatti e riformino questo dissenato finanziamento a giornali di Benetton, de Benedetti e altri gruppi di potere che certo non hanno bisogno di regali. Contestualmente mi auguro che Marcello Foa possa fare qualcosa per riformare la rai che ricordiamoci non è privata.

  2. Per quanto mi riguarda la latrina sorosiana contiene repubblica,un parziale ed inadeguato pseudo giornale,la cloaca sorosiana è ampia e pericolosa………di Maio racconta la verità di un caso indegno di un quotidiano intoccabile, autoreferenziale, spietato con gli italiani,che devono secondo i soloni sinistri essere sostituiti dalla fecciaglia africana spacciatrice o da magrebini tribali………a volte usano pure i termini razzista e xenofobo contro un ministro della repubblica………ma contro gli assassini di Pamela, contro il degrado e la merda che sommerge il nostro paese, contro tutto ciò, neanche una parola…….o lettera. Vomitevole.

  3. I pennivendoli, come ho già avuto occasione di dire, sono come certe sig.re/sig.rine che “lavorano” in notturna: vanno con chi paga. Il Sig. Monti non è uno sprovveduto. Sapeva benissimo quel che stava facendo… Me era pagato, e lautamente assai assai, per farlo!… Adesso,per colpa del “popolaccio rozzo e razzista da rieducare”, i “Signori” di “REPUBBLICA” e sinistrume dirigenziale vario pubblico &”privato” rischiano di vedersi quantomeno ridimensionati i loro emolumenti da favola, per di più percepiti in cambio di sparare cazzate!!!… A chi si rivolgono ora?… Più che logico che siano incazzati e spaesati..!.. Ma quando qualcuno è incazzato e spaesato e la volta che fa , dice e scrive stupidaggini ad ogni piè sospinto!… Auguri! (Di fallimento) A “REPUBBLICA” e al sinistrume tutto!!!

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