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Vasto, 21 mag – Prima provocano un’impennata dei contagi nel loro condominio, uscendo dalla propria Regione di residenza e partecipando all’ormai tristemente noto funerale rom di Campobasso; poi per «scusarsi» con i residenti, giustamente inferociti, adducono motivazioni che sanno parecchio di presa per i fondelli. Siamo a Vasto, provincia di Chieti, dove un intero quartiere ha rischiato di diventare zona rossa per il menefreghismo dei «soliti noti» di origini nomadi; nomadi facenti parte del gruppo che già a Campobasso, in Molise, contestualmente al medesimo funerale, avevano scatenato un focolaio di più di 70 casi di coronavirus, facendo così salire la curva dei contagi regionali.

In quell’occasione decine di rom si erano assembrati sotto la casa del defunto senza il minimo rispetto delle norme di contenimento del virus, in una pletora di pianti, baci, abbracci. I trasgressori avevano poi fatto ritorno a Vasto, continuando a girare tranquillamente nei supermercati e nei luoghi pubblici. Fino alla mattina di domenica 17 maggio, in cui si è verificata un’impennata di 14 nuovi positivi nello stesso condominio nel quartiere San Paolo. Lo aveva annunciato il primo cittadino Francesco Menna, chiedendo a gran voce di chiudere tutto e istituire la zona rossa. Ma la Regione Abruzzo aveva replicato che «per il momento basta monitorare il tutto con le sole forze dell’ordine». Immaginatevi la gioia espressa sui social dai residenti: «Perché questa gente può fare quel che caspita gli pare e piace? Noi siamo stati due mesi chiusi dentro casa. Perché questi rom usciti fuori Regione non sono stati controllati da nessuno?»

Qualche ora dopo sono arrivate le scuse – chiamiamole così – della comunità rom di Vasto, che hanno sortito l’effetto del proverbiale drappo rosso davanti al toro: «Chiediamo scusa al nostro quartiere di questo disguido e di quanto accaduto». Un «disguido», lo chiamano. Per poi sterzare subito sulle accuse di razzismo: «Ci dispiace per le offese ricevute e per chi istiga all’odio razziale», auspicando la fine dei «commenti offensivi che aumentano la tensione».

Alle «scuse» ha partecipato poi Carmine Bevilacqua, in arte Mino Vastano, genero del rom morto a Campobasso. Contattato da Il Centro ha dichiarato: «Capisco la vostra rabbia e le vostre paure, ma come potevo fermare mia moglie per non farla andare al funerale del padre, lei che ha già perso la madre?». Ma guarda: si dà il caso che lo stesso genere di strazio e di dolore lo abbiano dovuto sperimentare anche migliaia di lombardi, veneti, piemontesi ed emiliano-romagnoli, a cui nei mesi scorsi è stato impedito di rivolgere qualsiasi forma di ultimo saluto ai propri cari uccisi dal virus. Vastano tenta poi di giustificarsi così: «Eravamo in pieno panico e disorientati. Siamo addolorati, non potevamo aspettarci una cosa simile». Prendiamo atto delle scuse, ma se qualsiasi italiano avesse pensato di adottare lo stesso metodo di partecipazione alle esequie, infrangendo ogni norma sul distanziamento sociale come nel caso dei signori in oggetto, probabilmente il lockdown sarebbe finito nel 2022. Come al solito esiste una fetta ben definita di popolazione che reclama diritti a pioggia ma si ritiene fuori da qualsiasi alveo normativo.

Cristina Gauri 

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