Roma, 2 dic — «Nel Parmigiano Reggiano c’è solo sale, latte e caglio. Nient’altro e nel siero ci sono i batteri lattici. L’unico additivo è Renatino, che lavora qui da quando aveva 18 anni, tutti i giorni, 365 giorni l’anno»: lo spiega, non senza un fremito di soddisfazione, l’attore capitolino Stefano Fresi, protagonista del nuovo spot del Parmigiano Reggiano. Fresi è immortalato mentre illustra le meraviglie dell’azienda a una comitiva di giovani visitatori che sembrano appena usciti da una brochure del Comitato Ventotene. Un gruppo di — a occhio e croce — neolaureati pronti per una vita di monopattini, appartamenti divisi in quattro e turni da Glovo.

L’ingrediente X del Parmigiano 

I ragazzi sono estasiati: diciotto anni per 365 fanno 6.570 giorni. Da tanto Renatino, il gigante buono del Parmigiano, rimescola sale-latte-caglio che gli italiani si ritroveranno ogni giorno sui maccheroni. In realtà Renatino di diminutivo ha solo il nome, è un armadio d’uomo, ma el patron dell’azienda interpretato da Fresi si prende la libertà, da 18 anni, di aggiungere quell’«ino» che lo infantilizza e lo fa rimanere umile, inchiodato alla propria postazione. Curvo sul sale-latte-caglio.

E allora pure la comitiva si prende la confidenza: «Renatino posso dirtelo? Sei un grande», esordisce uno dei ragazzi. «Il meglio», gli fa eco con tono incantato un’altra giovincella. Renatino sorride, o almeno così sembra. «Ma davvero lavori 365 giorni l’anno? E sei felice?», chiede con perfetta cadenza romana una nuova «italiana di seconda generazione». E alla domanda lui risponde «sì», con gli occhi vitrei, senza schiodare le mani dal Parmigiano in preparazione. Sembra quasi sia programmato per pronunciare una sola sillaba, «sì». Frasario impostato, sguardi vitrei senza un battito di ciglia, il gruppo di ragazzi ricorda vagamente i bianchi liberal del film Get Out, e Renatino la servitù-schiavitù lobotomizzata, a differire c’è solo il colore della pelle.

Renatino come Hodor

Sembra l’Hodor di Game of Thrones, anche lui gigante buono agli ordini di un padrone benevolente, anche lui condannato a ripetere un’unica parola, declinata in mille significati. La scena stacca sull’allegra comitiva al tramonto, mentre si gusta il frutto del lavoro di Renatino — dei 18 anni senza riposi e ferie. «Questo è l’amore che ci mette Renatino», dichiara una ventenne ammirata da tanta dedizione. «E il mio d’amore?», ribatte con chiara allusione alla copula il Christian De Sica del gruppo.

Il gigante del Parmigiano sa anche dire «no»

Esiste anche una versione estesa dello spot, dove i ragazzi chiedono a Renatino se abbia mai visto il mare, se sia mai stato a Parigi o sia andato a sciare. E qui scopriamo che Renatino sa pronunciare un’altra sillaba, «no». Il che lo pone un gradino sopra a Hodor. Un «no» che suscita lo stupore — sempre non ironicamente — dei giovani borghesi cresciuti a lezioni universitarie, aperitivi annacquati e dibattiti sui social. Un «no» che rende il buon rimestatore di caglio più esotico di qualsiasi paesaggio immortalato su Instagram. 

Ma quali lavoratori sfruttati

Il problema, nello spot del Parmigiano Reggiano, non è l’involontaria celebrazione «del lavoratore sfruttato e privato dei diritti» contrapposto alla comitiva di giovani radical chic scollati dalla realtà, che tanto ha indignato il popolo del web. Il problema è che, guardando lo spot, sembra di assistere a una puntata di Boris, ma senza ironia, senza satira. Perché qui le dinamiche alla Boris sono reali e non fanno ridere. Non è chiaro, dunque, se gli sceneggiatori di questa pubblicità volessero ottenere un effetto grottesco-finto involontario per suscitare uno spettro di reazioni social, oppure se gli stessi facciano parte della comitiva di giovani neolaureati, e ne condividano il medesimo scollamento dal piano reale.

Le analisi sociologiche un tanto al chilo, di matrice vagamente vetero-marxista, lasciano insomma il tempo che trovano. Non è lo sfruttamento (vero o presunto) a far cadere le palle al telespettatore. Ma la presa di coscienza che sì, alla fine la realtà è diventata come Boris. Se possibile ancora più horror.

Cristina Gauri

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