Con questo articolo inauguriamo un ciclo di interventi sulla controversa figura di Eric Zemmour, candidato alle presidenziali francesi che sta facendo molto discutere anche in Italia [IPN].

Roma, 2 dic – In Francia, alla fine, Eric Zemmour, il giornalista e scrittore di origini ebreo-algerine e due volte condannato per “incitazione all’odio razziale”, ha ufficialmente lanciato la sua candidatura per le presidenziali di aprile 2022. Da mesi il polemista attraversava tutta la Francia, tenendo conferenze e raduni per presentare il suo ultimo libro La France n’a pas dit son dernier mot (La Francia non ha detto la sua ultima parola), un titolo che già di per sé sembrava il lancio di un programma politico. Così è stato.

Eric Zemmour e la sfida a Marine Le Pen

Candidato senza un partito alle spalle, nel pieno spirito della carica presidenziale alla francese, concepita da De Gaulle come il momento di incontro di un uomo con il suo popolo, di elezione di un monarca repubblicano. E il monarca, evidentemente, deve essere al di sopra delle parti, al di sopra dei partiti. La candidatura di Zemmour sconvolge tanto per i suoi contenuti, di una radicalità che sotto molti aspetti testimonia un vero e proprio “sorpasso a destra” di Marine Le Pen, quanto per la rottura di tutti gli assetti politici precostituiti. Prima della sua discesa in campo, tutti i sondaggi e gli analisti non facevano che aspettarsi un ripetersi delle elezioni del 2017: Macron e Le Pen in testa al primo turno, con largo distacco di tutti gli altri candidati, Macron largamente in testa al secondo turno, con una Marine Le Pen condannata a giocare al ruolo di eterna oppositrice e di candidata ineleggibile, de facto la miglior alleata dello status quo.

Ecco però che interviene il ciclone Zemmour, senza partito, senza la storia del cognome Le Pen alle spalle, penna storica di Le Figaro, il giornale di riferimento della destra conservatrice e gollista, che con un programma che non concede nulla al progetto della “dédiabolisation” (in Italia diremmo di “normalizzazione” o, fiuggianamente, di “sdoganamento”: in fondo, un progetto di sudditanza culturale) tanto caro a Marine, la tallona nei sondaggi, rivelandosi per Macron un candidato ben più temibile. Zemmour punta tutto sull’immigrazione, dove parla apertamente di “grand remplacement”, e sul pericolo esistenziale che corre la Francia, cercando di tenere ogni altro tema come secondario e di non disperdere il proprio messaggio.

L’Europa zemmouriana

La Nazione è il centro del suo messaggio, la nazione a rischio di morte, la nazione da salvare, la nazione che rischia di scomparire, la nazione francese “che Macron vorrebbe dissolvere nell’Europa e nell’Africa”, è sempre e costantemente il cuore della retorica zemmouriana. Ogni altro tema è come un’appendice, un corollario. Anche in questo la campagna di Zemmour si distingue radicalmente dalla campagna di Marine. In precedenza, da giornalista, aveva criticato la scelta di Marine di puntare tutto nel 2017 – forse sulla scia della Brexit del 2016 e di sicuro sotto l’influenza dei consigli dell’ex collaboratore Florian Philippot (inviso a tutta la vecchia guardia del Front National) – sulla critica all’Unione europea, all’euro e ai connessi temi di crisi sociale legati alle politiche di austerità. Certo, Zemmour, si capisce, non è un fan di Bruxelles, di questa “Europa chimerica che non sarà mai nazione”; ha ribadito che, eletto presidente, proporrà, sulla falsariga della Polonia, una riforma costituzionale per statuire la prevalenza del diritto francese su quello comunitario. Nel video-annuncio della sua candidatura si vedono passare le immagini del referendum del 2005 che affossò contro ogni aspettativa, con un No al 55%, il progetto di costituzione europea.

Una “borghesia patriottica”?

Tuttavia, Zemmour ha più volte ribadito che quell’impostazione – che per la campagna del 2022 Marine non ha ripudiato e ha al contrario ripreso in una versione più blanda e molle – non sarebbe mai potuta passare in Francia.
Per la psicologia, per il tipo di nazione che è la Francia, per il tipo di elezione che sono le presidenziali, per quelle che sono le corde della società francese, bisognava puntare su un altro tema. Come ha più volte dichiarato, per vincere non è sufficiente l’appoggio delle classi popolari, che sono saldamente con Marine Le Pen, per vincere le presidenziali serve che una parte del ceto medio e medio-alto, che nel 2017 non ritenne di seguire Marine e il suo progetto, ritenuto poco serio e destabilizzante, quel ceto che Zemmour chiama “borghesia patriottica”, tenda la mano a quelle classi popolari già in opposizione al sistema.

Solo con una simile alchimia, tra diversi settori della società francese, è possibile far saltare il banco. In Francia, l’unico tema che può creare questa alchimia, che possa fungere da catalizzatore, è la sommersione migratoria, la denuncia del rischio di scomparsa stessa della Francia, tema ben caro anche a gran parte dell’elettorato conservatore non lepenista (e forse non solo). Fine di ogni flusso migratorio, “legale e illegale”, come ci tiene spesso a precisare, chiusura delle frontiere, fine del diritto al ricongiungimento familiare, fine del diritto d’asilo, progetti di rimpatrio, esclusione degli stranieri da tutti i (numerosi) benefici dell’assistenza sociale francese, revisione dello ius soli, fine di ogni compiacenza verso le comunità islamiche. Oppure, il rischio di guerra civile, la sostituzione etnica e culturale, l’invasione. Questo il nocciolo del discorso di Zemmour. “È necessario che la sociologia dei gilet gialli si incontri con la sociologia della Manif pour Tous”.

Forse era stata dimenticata troppo in fretta anche la Manif pour Tous e le oceaniche manifestazioni di protesta contro l’introduzione del “matrimonio” omosessuale ai tempi di Hollande. Quel dissenso, quella grande mobilitazione che fu ad alto contenuto intellettuale, cattolica, con un vasto consenso anche tra i ceti colti e agiati (fino ad arrivare al Jockey-Club di Parigi, il circolo della nobiltà francese dove, secondo alcuni, vi fu la prima pianificazione e propulsione del movimento), andava sicuramente recuperata e saldata con l’opposizione più schiettamente popolare, quella dei gilet gialli e del disagio economico. Ecco quindi le invettive, del tutto assenti nella bocca di Marine, contro “i dottor Stranamore del gender”, contro i “militanti LGBT che non fanno che diffondere una moda criminale importata dagli Stati Uniti”.
Sebbene la nazione sia al primo posto, non si può non accorgersi che, nel discorso di Zemmour, per salvare la nazione sia necessario salvare anche la famiglia. La famiglia da salvare dalla retorica dell’indifferenziazione dei generi e dalla continua colpevolizzazione del “patriarcato del maschio bianco”.

Quel continuo richiamo a De Gaulle

Il libro più noto di Zemmour, Le Suicide français, che è un’analisi spietata della decostruzione della nazione francese vissuta negli ultimi cinquant’anni, si apre con il ricordo plumbeo delle celebrazioni funebri per il Generale De Gaulle a Notre-Dame, descritto, non a caso, come ultimo vero e proprio patriarca e padre della patria per la Francia. Con dichiarata nostalgia, Zemmour rivendica i tanti, numerosi No – paterni e imperiosi – di De Gaulle: il no alla Nato e il no agli americani, il no al socialismo, il no alla Corte di Giustizia Europea, il no all’esercito europeo, il no all’Inghilterra nel mercato comune, il no al dominio della finanza e alle banche (a quel tempo di proprietà pubblica), il no all’essere privi dell’arma nucleare, anche il no, tragico e mai sanato, all’Algeria francese pur di evitare l’immigrazione degli algerini in Francia, il no al diritto d’asilo e al ricongiungimento familiare per gli immigrati, il no all’integrazione (“bisogna avere un cervello da colibrì per credere all’integrazione”), il no alla guerra civile permanente tra ex di Vichy ed ex della resistenza, il no all’antifascismo (“ci sono state due resistenze: quella che ha combattuto contro i tedeschi e quella che ha combattuto contro i fascisti. Io ho fatto la prima”), il no alla colpevolizzazione della Francia, il no alle scuse agli ebrei, agli ex-coloni o a chiunque d’altro, il no all’odio di sé, il no all’oblio della propria identità. Contro tutti questi no, si scagliò, secondo l’analisi di Zemmour, il ’68 francese, proprio appena prima della scomparsa del generale. Il movimento che per uccidere l’autorità doveva uccidere idealmente il Padre, politicamente doveva uccidere la figura del Generale. Scomparso De Gaulle nessuno ha ripreso la sua fiaccola, i no del generale, lentamente ma inesorabilmente, sono stati rimossi uno dopo l’altro.

Eric Zemmour: la Francia non ha detto l’ultima parola

Dagli ’70 anni fino al referendum del 2005, Le Suicide français fa l’interminabile stillicidio dei passi di destrutturazione della società francese, dalle leggi ai cambi di costume e di mentalità. Dal diritto d’asilo e di ricongiungimento familiare degli immigrati degli anni ’70 di Pompidou e Giscard d’Estaing, alla creazione dell’antirazzismo come movimento politico militante e culturalmente dominante sotto Mitterand, fino all’adesione all’Europa di Maastricht e Schengen e poi a quella di Lisbona con Chirac, appunto in tradimento sostanziale dell’esito del referendum del 2005.
La France n’a pas dit son dernier mot, il libro-programma di campagna elettorale, conclude quella parabola e dal 2005 arriva ai giorni nostri, passando dal ritorno nei comandi integrati della Nato con Sarkozy, al dilagare dell’Islam e dell’insicurezza, all’offensiva omosessualista con Hollande, all’arrivo di Macron “sintesi dei suoi due predecessori ma in peggio”.
È quindi la nazione e il suo grande primato, il fine ultimo che Zemmour dice ai suoi elettori di voler ottenere, salvare la “France éternelle”, se necessario anche ritornando alla formula di Maurras de La Seule France, la Francia sola, senza amici-padroni oltre Atlantico, oltre Manica o oltre Reno. “La Francia è stata una cosa enorme e deve tornare ad esserlo”, così diceva a suo tempo De Gaulle. Così, oggi, senza imbarazzi o compiacenze di sorta, nel pieno del mondo “woke” del globalismo della “cancel culture”, Zemmour, ripetendolo, riporta la nazione al centro.

Filippo Deidda

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4 Commenti

  1. La “Grandeur Francaise” era stare con i collaborazionisti, poi correre dagli inglesi infine affiancarsi agli Usa in una più opportuna gestione del suolo africano di competenza ? De Gaulle, ribadisco è stato il primo ad africanizzare la Francia, dando passaporti a cani e porci e umiliando anche così i francesi nati in Algeria! Per trovare una storia di Francia grande e vincente (!) bisogna arretrare di secoli…
    Zemmour si presenta in modo sospetto, assai tardivamente, confondendo le idee ad un elettorato che da anni dovrebbe far vincere a mani basse un candidato anti-Macron di turno (che a mio avviso se la ride alla grande).
    In Francia la cultura social-comunista è molto forte, più che in Italia, capiscono solo i soldini e per questo votano!

  2. Si ma chi c’e’ dietro a questo personaggio che lo sponsorizza ? Giusto per sapere che non sia un 5 zecche qualsiasi che dietro hanno una delle famiglie ebree piu’ antiche del mondo

  3. Eric Zemmour viene finanziato da Open Society di Soros. La sua candidatura serve a dividere i voti della destra fra più candidati, indebolire la Le Pen e favorire la rielezione di Macron.

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