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Torino, 4 dic – Sedici anni di carcere senza attenuanti e con ordine di espulsione a condanna espiata per Mohamed Safi, il 37enne tunisino che nel 2019 a Torino cercò di sgozzare la sua ex con una bottiglia rotta. L’uomo si trovava temporaneamente fuori dal carcere dove stava scontando una condanna a 15 anni per aver ucciso nel 2007 a Bergamo l’amante, la 21enne Alessandra Mainolfi. I giudici gli avevano concesso un permesso giornaliero perché potesse lavorare in una cooperativa di Grugliasco, stante l’obbligo di fare ritorno alla casa circondariale ogni sera.

Il tunisino aveva nascosto alla ex di essere detenuto per omicidio

Il tunisino aveva deciso di uccidere la donna dopo che questa aveva scoperto della sua condizione di detenuto per omicidio e aveva manifestato intenzione di lasciarlo.  Safi, infatti, per molti mesi aveva finto di essere libero approfittando dei permessi rilasciati dai giudici, omettendo del tutto di mettere al corrente la ragazza del suo status di carcerato. La compagna del tunisino aveva così deciso di porre fine alla relazione. «Mi chiedevo perché di giorno non fosse raggiungibile e perché avesse sempre orari strani”, aveva spiegato la ragazza alla polizia.

L’aggressione

L’uomo l’aveva aggredita cercando di sgozzarla con il coccio di una bottiglia. La donna si era salvata solo perché indossava una pesante sciarpa intorno al collo. La richiesta del pm era stata una condanna a 12 anni. Il giorno dopo l’aggressione della ex, il tunisino aveva cercato di impiccarsi nel reparto detenuti dell’ospedale le Molinette dove era stato ricoverato.

Il fallimento di un progetto rieducativo

«Il reato è gravissimo e le conseguenze per la vittima ineliminabili nonostante l’opera compiuta dai sanitari». Così commenta all’Adnkronos il legale della ex aggredita dal tunisino. «Dimostra il fallimento di un progetto rieducativo su un soggetto che ha dimostrato di non meritarlo tradendo anche la fiducia di chi aveva creduto in lui».

L’assassinio 

All’epoca dell’omicidio di cui si era macchiato Mohamed Safi era un giovane di 25 anni di origine tunisina, sposato con una connazionale e padre di due figli.
Il delitto si era consumato nell’appartamento di Safi, in provincia di Bergamo: l’uomo aveva massacrato con quattro fendenti – all’addome, al volto e alle mani –  l’amante Alessandra Mainolfi. I soccorritori avevano trovato la giovane agonizzante, distesa su una poltrona. Per lei non c’era stato nulla da fare.

La vittima stava frequentando Safi da circa un mese. Lui, dopo aver convissuto con lei mentre la consorte era in Tunisia, si era detto intenzionato a ricostruire la propria vita matrimoniale. Lei si era opposta a questa decisione, facendo perdere il lume della ragione al tunisino.

Cristina Gauri

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1 commento

  1. pork…
    che diavolo ci faceva libero?
    mandate in galera a tenergli compagnia ANCHE IL GIUDICE che lo ha messo in semilibertà.

    e la prossima volta che questo roito immondo cerca di suicidarsi,
    guardate da un’altra parte,IMBECILLI.
    o dobbiamo pure mantenere in carcere feccia del genere?

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