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Roma, 13 nov – Trent’anni di reclusione per Donatella Di Bona, la 29enne di Piedimonte San Germano che il 17 aprile 2019 uccise, soffocandolo, il figlio Gabriel Feroleto, di soli 2 anni. Subito dopo aver commesso il delitto, la donna aveva riferito ai carabinieri che il bimbo era stato travolto da un’auto pirata, per poi crollare e confessare tutto nelle ore successive. E’ attesa per il 20 novembre prossimo la sentenza a carico del padre del piccolo Gabriel: complice dell’infanticidio, avrebbe assistito al delitto senza intervenire per fermare la donna.

L’infanticidio

I fatti risalgono al 17 aprile 2019, quando la Di Bona, si era appartata con il papà del piccolo Gabriel in un bosco nei pressi di Piedimonte San Gennaro, in provincia di Cassino. I due avevano intenzione di consumare un rapporto sessuale quando il bimbo, che era lì con loro, aveva iniziato a piangere chiedendo di essere riportato a casa. La madre, per farlo smettere, si era scagliata contro di lui, dapprima provando a soffocarlo a mani nude, poi con un calzino. «Piangeva e voleva tornare a casa dalla nonna, gli ho stretto il collo e chiuso la bocca per farlo stare zitto».

La confessione

Feroleto aveva assistito alla scena senza muovere un dito. «Quando lo uccidevo è rimasto a guardare – aveva riferito l’assassina alle forze dell’ordine – Mi ha detto che dovevo prendermi la colpa io altrimenti mi uccideva». Una volta strangolato il bimbo, la Di Bona era giunta in paese con il cadavere del bambino in braccio, simulando una richiesta di aiuto e raccontando che Gabriel era stato investito da un’auto pirata. Agli inquirenti era parso subito chiaro che il racconto della madre presentasse incongruenze con la scena che si presentava a chi era arrivato per soccorrere Gabriel. La Di Bona presentava graffi e lividi, segni probabilmente lasciati del bambino mentre lottava per la propria vita.  L’alibi aveva retto poche ore, dopodiché la donna era crollata, confessando: «Sono stata io».

Secondo quanto riportato da TgCom24, ieri 12 novembre Donatella di Bona è stata condannata per omicidio volontario a trent’anni di reclusione, con una sentenza emessa dal giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Cassino: la donna è stata giudicata «capace di intendere e volere». 

Cristina Gauri

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