Roma, 17 nov — Non è la prima e non sarà nemmeno l’ultima ad inventarsi violenze, orrori e vessazioni o a distorcere la verità a proprio piacimento per ottenere un ritorno economico e vittimizzarsi in quanto lesbica: ma per gravità delle accuse — rivelatesi frutto di pura fantasia — la vicenda di Termini Imerese è particolarmente grave.



“Stuprata da mio padre perché lesbica”

La protagonista è una giovane di Palermo che si sarebbe inventata botte, umiliazioni e addirittura lo stupro da parte del padre motivato dall’intenzione di reprimere l’omosessualità della figlia. Le violenze, a detta della ragazza, sarebbero avvenute nel 2011, quando lei aveva ancora 15 anni, ma la denuncia è scattata nel 2016. Uno «scherzetto» che è costato il carcere e il marchio dell’infamia a entrambi i genitori e dietro al quale non si celavano altro che gli interessi economici della ragazza, intenzionata a mettere le mani sull’attività commerciale e sul patrimonio di famiglia.

La giovane voleva i soldi dei genitori

Ebbene, per i genitori l’incubo è finito: secondo quanto riferisce Palermo Today il gup di Termini Imerese al termine del rito abbreviato li ha assolti con formula piena «perché il fatto non sussiste». Il giudice Claudio Emanuele Bencivinni ha infatti accolto le tesi dell’avvocato Giuseppe Mancuso Marcello legale della coppia. La Procura aveva invece chiesto una condanna a 8 anni per il padre, S. F., e a 2 per la madre, M. A. Sul entrambe le loro teste gravavano le accuse di maltrattamenti e stalking, ma il padre doveva rispondere anche di violenza sessuale su minore.

Menzogne su menzogne

Nel suo fantasioso racconto la giovane ha riferito che la madre le avrebbe urlato «Meglio morta che lesbica», prima di essere chiusa in camera e stuprata dal padre dopo avere appreso dell’omosessualità della figlia. Un racconto raccapricciante ma del tutto falso. «Vennero a prendermi a scuola e mentre eravamo in macchina mi davano botte dappertutto», aveva raccontato la ragazza. Una volta a casa, il padre si sarebbe tolto i vestiti e avrebbe detto: «Queste cose devi guardare, non le donne». Le accuse non hanno trovato riscontri nella realtà, smontate punto per punto dalla difesa. A dare manforte, le testimonianze del fratello e della sorella, che sin dall’inizio avevano difeso la madre e il padre.

La verità è emersa dalla ricostruzione del legale della coppia: la ragazza si sarebbe inventata violenze e stupro per interessi economici pensando che, facendo arrestare i suoi genitori, avrebbe potuto mettere le mani sull’attività di famiglia e sul patrimonio.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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