Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 3 feb – Un rapporto sull’immigrazione pubblicato lo scorso novembre da tre economisti, l’americano Vikram Maheshri (università di Houston) e gli italiani Claudio Deiana (dell’università di Cagliari) e Giovanni Mastrobuoni (professore ordinario al collegio Carlo Alberto di Torino), non ha avuto alcun risalto sulle testate italiane. Si tratta di una analisi intitolata “Irregular migration and the unintended consequences of search and rescue operations in the Central Mediterranean Sea” (Immigrazione irregolare e conseguenze indesiderate delle operazioni di ricerca e salvataggio nel Mar Mediterraneo centrale) riportata da un numero ristretto di media esteri. L’analisi dimostra la correlazione tra trafficanti e operazioni di ricerca e salvataggio delle Ong, delle navi militari di Operazione Sophia e di quelle militari italiane. Queste le conclusioni:

  • Riducendo il rischio di attraversamento, le operazioni di ricerca e salvataggio (delle Ong e delle navi militari) hanno probabilmente indotto un numero maggiore di immigrati a tentare l’attraversata, il che espone più persone al rischio di morte lungo il passaggio.
  • Riducendo i costi per i trafficanti grazie all’uso di imbarcazioni non sicure, le operazioni di ricerca e salvataggio (delle Ong e delle navi militari) hanno causato la sostituzione delle navi di legno idonee alla navigazione a imbarcazioni non idonee.
  • Quindi, i trafficanti di esseri umani sono stati i principali beneficiari (a livello economico) delle operazioni di ricerca e salvataggio (delle Ong e delle navi militari). Il fatto che i trafficanti spesso lavorino sotto l’egida di organizzazioni terroristiche come l’Isis è decisamente preoccupante.

Il periodo campionato nel rapporto evidenzia anche un altro aspetto importante del modus operandi delle navi delle organizzazioni non governative durante i tre anni analizzati: “Le Ong hanno seguito uno dei due diversi modelli operativi. Moas, Medici senza frontiere e Sos Mediterranee conducevano ampie operazioni di ricerca e salvataggio con navi più grandi che potevano trasportare gli immigrati verso i porti italiani. Le Ong più piccole, come Sea Watch e Open Arms si concentravano sul salvataggio e la distribuzione di salvagenti e cure mediche di emergenza, in attesa che le navi più grandi delle altre Ong trasportassero gli immigrati nei porti italiani”.

Un’altra evidenza messa in luce dal rapporto è la correlazione tra le attività di ricerca e salvataggio davanti alle coste libiche e le morti degli immigrati: a causa della sostituzione delle imbarcazioni in legno idonee alla navigazione con gommoni prevalentemente cinesi, attuata dai trafficanti in seguito all’aumento delle operazioni di ricerca e salvataggio delle navi militari e delle Ong in prossimità delle coste libiche, le morti di immigrati in mare non sono diminuite, anzi hanno toccato i livelli massimi nel 2016 (Operazione Sophia e 12 navi delle Ong attive). Quindi i dati affermano che “le operazioni di ricerca e salvataggio (delle Ong e delle navi militari) hanno aumentato l’immigrazione irregolare lungo la rotta del Mediterraneo centrale e che i potenziali benefici per la sicurezza degli immigrati sono stati compensati dal maggiore uso di imbarcazioni non sicure, e tutto ciò ha permesso ai trafficanti di cogliere i vantaggi delle operazioni di salvataggio”.

Concludendo: i modelli matematici applicati dai tre economisti hanno provato che l’aumento delle operazioni di ricerca e salvataggio (Operazione Mare Nostrum, Operazione Sophia e alle operazioni delle Ong) non ha portato vantaggi per la sicurezza degli immigrati, ma ha aumentato l’immigrazione clandestina verso l’Italia, i morti in mare in termini assoluti e aumentato il business dei trafficanti di esseri umani.

Francesca Totolo

3 Commenti

Commenta