Belluno, 8 giu – Dopo il Veneto anche il Friuli-Venezia Giulia procede nella direzione di fare del 9 ottobre la giornata del ricordo degli eventi che, nel 1963, costarono la vita a 2000 persone. Il 23 maggio scorso infatti, è passato nella quinta commissione della Regione Friuli-Venezia Giulia un disegno di legge per istituire la “Giornata in ricordo della tragedia del Vajont”.

Il Veneto ha promulgato una legge regionale simile a inizio anno, così che il 2019 – se l’aula regionale friulana rispetterà i tempi – sarà finalmente l’anno che sancirà il 9 ottobre come giornata di commemorazione delle vittime del Vajont. Oltre ad “esprimere solidarietà ai Comuni che furono colpiti dall’evento e ai superstiti, sensibilizzare la comunità regionale e le istituzioni al tema del disastro ambientale provocato dall’uomo e promuoverne la prevenzione, con una particolare attenzione rivolta alle giovani generazioni”.

La tragedia del Vajont

Il 9 ottobre 1963 il monte Toc frana nel lago creato dalla diga del Vajont, al confine fra Veneto e Friuli. La montagna cede alle 22.39: 270milioni di metri cubi di roccia si staccano dal monte Toc, arrivando nel lago alla velocità di 100 chilometri orari. 

L’onda che ne deriva è alta 250 metri e assume una forma a tre punte, che prendono direzioni diverse. La prima si dirige verso il paese di Casso, scavalcandolo letteralmente. L’abitato viene colpito da acqua e massi da cento chili. I tetti delle case vengono sfondati, si contano molti feriti ma nessun morto. Oltre Casso, dopo il passaggio dell’onda, non esiste più nulla. Nemmeno la strada.

La seconda punta dell’onda va nella direzione di un altro paese, Erto. Sotto il paese c’è uno sperone di roccia che spezza l’onda. Erto viene così protetto, ma le frazioni intorno no: vengono spazzate via. Si conteranno alla fine 347 morti.

La terza testa dell’onda gigante sarà quella che farà più vittime. Punta verso la diga del Vajont, superandola. Si tratta di 50 milioni di metri cubi d’acqua che saltano oltre la diga, in direzione del paese di Longarone. L’onda corre a 80 chilometri l’ora verso l’abitato. Prima colpisce il letto del Piave, caricandosi così delle pietre del fiume. Pochi minuti dopo Longarone non esiste più. Sono passati appena quattro minuti dal cedimento del monte Toc. Si conteranno circa 2000 morti: un numero ancora oggi incerto.

Una mappa del Vajont

La diga del Vajont

La tragedia del Vajont si lega indissolubilmente alla diga costruita fra il 1958 e il 1961. La diga, ancora in piedi, si trova nella valle fra il monte Salsa e il monte Toc, al confine fra Veneto e Friuli. Si trattava all’epoca della diga più alta del mondo di tipo a doppio arco, cioè con duratura sia sul piano orizzontale che verticale. Voluta da Carlo Semenza, ingegnere della Sade (Società Adriatica di Elettricità), affiancato dal geologo Giorgio dal Piaz. Un progetto – che sarà poi il “Grande Vajont”- iniziato nel 1929 e interrotto per le vicende belliche. L’approvazione da parte della commissione dei lavori pubblici arriva tuttavia all’indomani del caos dell’8 settembre 1943. Sarà votata alla presenza si soli 13 membri su 36.

Nel gennaio del 1957 il cantiere viene aperto, e chiuso due anni dopo. E’ l’anno in cui un’altra diga costruita da Carlo Semenza, sempre vicino Erto, lascia presagire cosa avverrà successivamente. Una parte di montagna crolla infatti del bacino della diga di Pontesei, generando un’onda che ucciderà il custode dell’opera.

Nonostante questo la diga del Vajont viene inaugurata, più alta ancora del progetto iniziale: 266 metri. Si tratta della diga più alta del mondo del tipo a doppio arco. I fatti di Pontesei inducono comunque a maggiori controlli sulla nuova diga, e viene rilevata una frana antica nel monte Toc. E nel novembre del 1960 avviene il primo cedimento del monte nel lago artificiale. Ne seguiranno altri, anche nel 1963 prima del crollo fatale. Intanto la diga è diventata statale, con passaggio di proprietà da Sade a Enel.

Il processo per disastro colposo

Quattro anni dopo, nel 1967, si chiudono le indagini con le richieste di rinvio a giudizio. Le accuse si concentrano sulla prevedibilità dell’evento e delineano il disastro come colposo. Si accertano infatti le mancate risposte agli allarmi rispetto alla franabilità del monte Toc, oltre che all’omessa allerta nei confronti della popolazione locale. Vengono rinviati a giudizio dirigenti e consulenti della Sade, oltre a funzionari del Ministero dei lavori pubblici. Il dibattimento per gli undici imputati si aprirà all’Aquila nel 1968: gli avvocati difensori hanno infatti chiesto di spostare il processo da Belluno, per pericoli di “ordine pubblico”.

La sentenza di Cassazione arriva nel 1971, individuando due colpevoli: Alberico Biadene e Francesco Sensidoni. Il primo è il direttore del servizio costruzioni idrauliche della Sade. Il secondo è ispettore generale del Genio civile e componente della commissione di collaudo. Solo Biadene sconterà la pena in carcere: tra condoni e buona condotta sarà recluso per un anno e sei mesi. Ci vorranno altri venti anni perché i paesi di Erto e Casso ottengano il risarcimento da parte di Enel per i danni patrimoniali, morali e ambientali. 25 miliardi di lire che verranno transati a circa 18. Nel 2000 anche il Comune di Longarone ottiene il diritto al risarcimento. 

Il Vajont oggi

La diga del Vajont oggi è ancora fra le più alte del mondo. Non più attiva, è stata aperta dall’Enel nel 2002 alle visite guidate. I paesi colpiti – Longarone, Erto e Casso – sono stati nel tempo ricostruiti. La tragedia del Vajont è stata oggetto di conferenze, spettacoli e pellicole.

Nel 1993 Marco Paolini ha creato il monologo teatrale “Il racconto del Vajont”, ispirato al libro “Sulla pelle viva” della giornalista Tina Merlin. Nel 2001 invece il regista Renzo Martinelli ha realizzato un film – “Vajont – La diga del disonore” – che racconta la costruzione della diga e la tragedia del 1963.

Per ricordare la tragedia è stato allestito il museo del Vajont, visitabile presso il Centro Visite del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane di Erto e Casso.

Ettore Maltempo

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