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pedrgna-2Trento, 18 mar – Ve lo ricordate il film The Big Kahuna con il bellissimo monologo finale? “[…] Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite. Ma credimi, tra vent’anni guarderai quelle tue vecchie foto, e in un modo che non puoi immaginare adesso. Quante possibilità avevi di fronte e che aspetto magnifico avevi! Non eri per niente grasso come ti sembrava […]” A volte le vecchie foto però non sempre fanno piacere. Ne sa qualcosa Carlo Pedergnana, eletto domenica scorsa come presidente del PATT ( Partito Partito Autonomista Trentino Tirolese ) con il 58,7% dei voti dell’assemblea e già dimissionario.
Cos’è successo? Facciamo un po’ di chiarezza: il PATT è il secondo partito del Trentino, il “contenitore” per eccellenza del voto locale che può contare su 7 consiglieri provinciali e numerosi sindaci sul territorio. Contenitore che insieme al PD e all’UPT forma la santa triade del centrosinistra locale che governa incontrastato da anni. Un partito insomma la cui leadership è ovviamente ambitissima.

pedergnana-patt_0Alcuni giorno dopo l’elezione di Carlo Pedergnana sui giornali locali spuntano alcune foto databili intorno ai primi anni 2000. In una Pedergnana, chioma in testa, occhi chiusi e bandiera di Che Guevara alle spalle si esibisce in un saluto romano. In un’altra lo si vede in camicia sbottonata e testa sudata mentre bacia un santino di Mussolini. Il contesto “goliardico” delle foto è piuttosto chiaro, sono immagini scattate durante qualche festa tra amici “annaffiata da qualche bicchiere di troppo” (parole dell’ex presidente).
E il background giovanile del Pedergnana non è un certo un mistero visto che tra gli anni ’90 e i primi 2000 aveva militato in Alleanza Nazionale tanto da candidarsi nel 1999. Ma quelle foto diventano un un casus belli. E il primo ad approffittarne è il candidato presidente sconfitto da Pedergnana, Giuseppe Corona. Corona, vicecomandante degli Schützen, che chiede le immediate dimissioni che porteranno a una nuova convocazione dell’assemblea. Il comunicato di Corona è piuttosto chiaro “[…] mi trovo qui a chiedere le dimissioni di Carlo Pedergnana per il suo inqualificabile passato fascista (ma passato di quanto?), idee e frequentazioni che gli dovrebbero aver impedito, nonostante una naturale, possibile e comprensibile evoluzione del suo pensiero – di sedere sullo scranno di presidente, garante del simbolo del partito, di un partito che del passato e delle azioni fasciste ha davvero tristi ricordi […] Io qui, oltre ad una larga fetta del partito, rappresento anche gli Schuetzen, proprio quegli Schuetzen che furono cancellati d’autorità da quel partito, peraltro messo fuori legge, al quale si ispirava Pedergnana che ora guarda il mondo dall’altra parte della barricata, seduto su una poltrona di prestigio […]”.

Ma proprio l’essere Schutzen mina in partenza il discorso di Corona. Come più volte ricordato anche dallo storico di lingua tedesca Leopold Steurer, esiste un cortocircuito mai completamente chiarito sul ruolo degli altoatesini di lingua tedesca nella seconda guerra mondiale e su chi fece ritornare in auge le compagnie degli Schutzen nel secondo dopo guerra. “[…] La maggior parte di quella generazione aveva combattuto da volontario nell’esercito hitleriano. Erano tutti pluridecorati con croce di ferro di prima e di seconda classe […] Per tutti gli anni ’80 gli Schützen sono stati in prima fila a raduni neonazisti” ( “Schutzen – I duri anti tricolore” – Corriere della Sera, 23 maggio 2015 ). “[…] Vorrei tracciare la continuità tra volontari di guerra sudtirolesi con la Wehrmacht del 1939 (spesso pluridecorati, a volte prima indottrinati nei Ns-Schulung Kurse), poi padri fondatori dello Schützenbund nel 1958-59 […] ( “Steurer: sul nazismo c’è l’oblio” – Alto Adige, 12 dicembre 2010 ). E se anche ufficialmente la posizione attuale delle compagnie riguardo il regime nazionalsocialista è molto chiara, non poche volte ci sono state situazioni molto ambigue, tanto che in un editoriale Luca Fregona parlava di come “Solo in Alto Adige […] si possono vedere gli Schützen esaltare la Wehrmacht e celebrare la Liberazione come un funerale” (  Alto Adige – 27 aprile 2009 )

Oggetto di polemiche e di più interrogazioni in consiglio regionale è stato anche il fucile utilizzato durante le cerimonie. Perché non è un modello a caso, è la carabina 98k, arma di produzione germanica e dotazione standard della Wehrmacht durante il conflitto. Le compagnie si difendono affermando che la scelta di quel modello di carabina fu “forzata” dai limiti imposti dall’accordo tra Schützen e Ministero dell’Interno. Tutto vero per carità. Ma obbligare alle dimissioni per una foto goliardica di 10 anni fa quando nella storia degli Schutzen ci sono vere e proprie travi è davvero ridicolo.

 

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