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La storia della banda della Uno bianca – 104 rapine, 24 morti e 102 feriti tra il 19 giugno 1987 e il 24 maggio 1994 – è una delle più sanguinose metafore dei depistaggi all’italiana. Un labirinto di paradossi, di protagonismi giudiziari, di piste investigative clamorose e prive di fondamento, di informative dei servizi segreti, di ingiustizie e di minacce. Con il partito dell’antifascismo pronto a cavalcare anche questi tragici eventi delittuosi, mobilitando magistrati, giornalisti e partiti.



Eva Mikula: da testimone a imputata

Ha riportato alla ribalta la triste vicenda un libro che raccoglie le dichiarazioni dell’associazione delle vittime e le reazioni dal carcere – tra l’arrabbiato e il minatorio – del «capo» Fabio Savi, all’inizio di questo 2021. Eva Mikula: una spia dissidente dell’Est, nata in Romania il 18 agosto 1975, che a neanche cinque anni era già in possesso di informazioni sull’aereo Dc9 precipitato a Ustica il 27 giugno 1980. L’amante di un colonnello dei servizi segreti deviati. Una dodicenne che ballava nei night club di Budapest adescando uomini maturi. Insomma, una pericolosa avvenente giovane donna implicata in trame nere ordite dall’intelligence parallela fin da quando era nella pancia della mamma, donna romena che viveva una dolorosa esistenza tra i tradimenti del marito e la dittatura di Nikolae Ceaușescu.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di luglio 2021

Così, un bel giorno, Eva si trovò da sola. Lei, la ragazza che aveva fatto arrestare il fidanzato, Fabio Savi, leader del «team» composto anche da cinque poliziotti: gli altri due fratelli Savi (Roberto e Alberto), Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli.  Dalla camera segreta dell’infermeria dello Sco (Servizio centrale operativo) della Polizia di Stato, dove era protetta e guardata a vista, fu sostanzialmente gettata per la strada, senza il programma di protezione, senza un posto dove andare, senza un soldo. E con il rischio reale – rischio che non ha mai smesso di correre – che potessero farle pagare di aver consentito, con la sua testimonianza notturna al Commissariato di Rimini, l’individuazione e l’arresto dei banditi.

Tutti i depistaggi sulla banda della Uno bianca

Bisognava a tutti i costi dimostrare che la banda della Uno bianca fosse la Falange armata, un gruppo di neofascisti manovrati dagli immancabili servizi deviati, con chissà chi dietro a tirare i fili. Mantenere in vita l’idea eroica della giovane ragazza di 19 anni, che da sola aveva coraggiosamente permesso di arrestare i sei killer, stonava con questo teorema portato avanti dalla Procura della Repubblica di Bologna. E in particolar modo dal pubblico ministero Walter Giovannini, che trasformò Eva Mikula da testimone sotto protezione a indagata e rinviata a giudizio, chiedendo per lei pene severissime per reati molto gravi. Pene che furono poi smontate totalmente da tre sentenze consecutive: primo grado, appello e Cassazione. «Dietro la Uno Bianca c’è solo la targa», disse Fabio Savi.

Il libro autobiografico di Eva Mikula (Vuoto a perdere. Verità nascoste sulla banda della Uno bianca, Il Ciuffo editore, a cura dell’autore di questo articolo) e le veementi dichiarazioni dal carcere contro di lei rilasciate dal suo ex, dopo 25 anni hanno riacceso i riflettori sulla tragica catena di sangue e sui suoi risvolti più drammatici: come la cosiddetta strage del Pilastro (dal nome di un quartiere di Bologna), dove il 4 gennaio 1991 furono uccisi tre carabinieri (Andrea Moneta, Mauro Mitilini e Otello Stefanini). Anche in questo caso non ci si poteva accontentare della verità semplice, così il pubblico ministero Giovanni Spinosa fece arrestare 180 persone attribuendo il triplice omicidio alla criminalità organizzata. Alcuni, come i fratelli Peter e William Santagata, dopo le confessioni dei Savi, furono tutti scagionati.

Una spia un po’ troppo in erba

«Giovannini invece – racconta Mikula – voleva dimostrare qualche cosa a tutti i costi. Tipo, appunto, che io fossi una specie di agente segreto. Una spia. Per cui continuarono i viaggi a Bologna per essere interrogata da lui. Io avevo fatto arrestare tutta la banda della Uno bianca, ma al pubblico ministero interessava che rispondessi a domande tipo: “Conosce un certo colonnello Vladimir Popov?”, “Chi?”. Oppure: “Signorina Mikula, lei ha mai trafficato armi in Bulgaria?”. “Io non sono mai stata in Bulgaria”. Mi sentirono perfino sull’aereo precipitato a Ustica il 27 giugno 1980, quando io avevo cinque anni e che provocò la morte di 81 persone. Ne sentii parlare per la prima volta durante l’interrogatorio. Mancava poco che mi incolpassero dell’attentato a Papa Woytila». Per seguire la pista del complotto neofascista-servizi deviati-Falange armata, venne perfino messa in dubbio…

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