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Roma, 15 feb – Ci mancava l’allarme per la variante inglese, con tanto di studio che dimostra quanto sia più letale del coronavirus “normale”- il quadro perfetto per infliggere un nuovo lockdown agli italiani – ma per fortuna c’è chi dice “no alla psicosi di massa“, come il direttore sanitario dello Spallanzani, Francesco Vaia. Mentre i media da sempre allineati con gli allarmisti amplificano l’allarmismo dello studio – voluto da Biden, Johnson, Merkel e Macron – sulla cosiddetta variante inglese, nella nostra comunità scientifica non manca per fortuna chi resta lucido.

Vaia (Spallanzani): “No all’uso delle varianti come clava politica”

Voglio dire un no netto e chiaro all’utilizzo delle varianti come ‘clava politica’. La scienza sia sempre libera da interessi economici e politici”, scrive su Facebook il direttore sanitario dell’Istituto malattie infettive Spallanzani di Roma. “Il nostro laboratorio sta lavorando sulle varianti” di Sars-CoV-2, “che sono un problema che deve destare attenzione, ma non panico. Siamo contrari che si creino delle psicosi di massa”, chiarisce Vaia. “A settembre – ricorda il medico – la variante spagnola ha determinato un aumento dei contagi nelle fasce giovanili e il messaggio era ai ragazzi di fare attenzione perché potevano essere dei vettori per gli anziani”. Ora allo stesso modo bisogna sì stare attenti ma senza scatenare il panico.

Perché la variante inglese fa paura

Ad alimentare le paure dei catastrofisti sono i risultati di uno studio internazionale condotto sui dati della pandemia relativi al Regno Unito, ora al vaglio del nostro Comitato tecnico-scientifico. Ebbene, l’analisi mostrerebbe che “la variante inglese uccide di più. Ha una letalità maggiore tra il 20 e il 30 per cento“. Dati che bastano al neogoverno Draghi per bloccare la riapertura degli impianti sciistici, tanto per fare un esempio. Ma Vaia – contrario al lockdown – non perde di vista l’obiettivo. “Il governo guidato da Mario Draghi deve fare in modo che si superi la logica del brevetto sui vaccini. Occorre andare oltre gli interessi di parte. C’è una emergenza, dobbiamo superare la geopolitica”, spiega il dirigente sanitario, ospite di RaiNews24. “Ad esempio, nel distretto del farmaco del Lazio si potrebbero produrre i vaccini“, fa presente Vaia. Contro la pandemia – spiega – “dobbiamo accelerare, applicare le regole e riguadagnare spazi di libertà. Non vogliamo più vedere queste continue aperture e chiusure“.

L’immunologo Minelli: “Delle mutazioni del virus ormai sappiamo tutto”

“Piuttosto che continuare a urlare ‘al lupo al lupo’, con allarmi che a intermittenza regolare vengono emanati da almeno 10 mesi da più di qualcuno dei controllori ufficiali della pandemia, sarebbe forse il caso di cominciare a verificare sul campo una loro reale capacità di agire. Invece siamo ancora puntualmente a registrare, più che mai mortificati, l’ennesimo paralizzante lockdown“. Lo evidenzia all’AdnKronos Salute l’immunologo Mauro Minelli, responsabile per il Sud della Fondazione italiana di medicina personalizzata. “Delle mutazioni del virus tutti oramai sappiamo tutto. Sappiamo che alcune varianti vengono attenzionate più particolarmente in quanto capaci di diffondersi molto velocemente, così conferendo al virus una maggiore capacità di infezione o, ancor peggio, una maggiore capacità di generare malattia”, spiega.

“Indice di vecchiaia e densità di popolazione sono parametri importanti”

Tuttavia, chiarisce Minelli, “gli scienziati non fanno il lavoro dei guardiani del faro. Semmai forniscono ai guardiani gli strumenti necessari per accendere il faro e proteggere la terra ferma dall’aggressore. Per non parlare poi dei risultati, pure da noi forniti in occasione di audizioni presso il ministero della Salute, di studi osservazionali che hanno evidenziato il preciso legame associativo tra i tassi d’incidenza della Covid-19 per provincia ed alcuni inquinanti ambientali relazionati ad altri importanti parametri quali l’indice di vecchiaia e la densità di popolazione – conclude l’immunologo -. A quegli incontri nulla è seguito rispetto ad un contributo, pure oramai condiviso da diverse evidenze scientifiche, finalizzato ad individuare le potenzialità dei fattori di vulnerabilità e, dunque, a mitigare la diffusione della pandemia”.

Adolfo Spezzaferro

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