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Triplicati i fondi a Triton. E i profughi li prenderemo sempre noi

by Filippo Burla
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vertice Ue immigrazioneBruxelles, 24 apr – Nulla di fatto. O meglio: tanto rumore per nulla. Così si potrebbe riassumere il vertice di ieri a Bruxelles, che doveva essere la svolta decisiva per fronteggiare una volta per tutte l’emergenza immigrazione nel mediterraneo ma, in realtà, si chiude con il più classico dei topolini partoriti dalla montagna.

Fuor di metafora, definire inconcludente il tanto atteso incontro dei capi di Stato sarebbe un eufemismo. E’ vero che l’Europa si è finalmente accorta che esiste il problema, ma allo stesso tempo la soluzioni adottate sono un nascondere la testa sotto la sabbia, forse sperando che tutto possa risolversi per conto proprio. Troppo poco per poter parlare di “un grande successo per l’Europa prima ancora che per l’Italia”, come ha avuto l’ardire di affermare Matteo Renzi.

Non si spiega altrimenti perché siano stati triplicati i fondi alla missione Triton, che passano così da tre a nove milioni al mese. Avvicinandosi a quei dieci che costava, ogni trenta giorni, l’operazione Mare Nostrum. Con una differenza sostanziale: Triton è missione di controllo delle frontiere, con competenza fino a 30 miglia dalle coste dei paesi comunitari. Ciò non esclude, comunque, che possa svolgere anche attività di ricerca e soccorso nel caso di tragedie come quella che è appena costata la vita a più di 900 persone. Tutto cambia, in sostanza, perché tutto resti come prima.

E i profughi? Continueranno, almeno per il momento, ad essere affare nostro. Renzi puntava dritto verso un meccanismo di riparto dei richiedenti asilo fra i paesi europei, ma ha incassato risposte vaghe quando non esplicitamente dei netti rifiuti. E’ il caso del premier Cameron, che ha offerto la disponibilità di una portaelicotteri e di tre velivoli a rotore in aiuto a Triton, a condizione però che le persone tratte in salvo “non richiedano asilo in Gran Bretagna”.

Nella più totale incertezza, invece, si muove l’ipotesi di un intervento militare mirato, fra le altre cose, a distruggere i barconi prima che gli scafisti possano prendere la via del mare. Sul tema l’accordo generico c’è, ma i tempi sono lunghi -nell’ordine dei mesi- e numerose le perplessità emerse, a partire dalla copertura Onu. Intanto, il governo di Tripoli (uno dei due presenti in Libia, ma la comunità internazionale riconosce solo quello di Tobruk) ha già messo le mani avanti, facendo sapere che non accetterà mai che “l’Ue bombardi presunte basi di trafficanti”.

Filippo Burla

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