Milano, 17 marzo – Ai tempi del Msi ricorreva di tanto in tanto una disputa tra coloro che ritenevano quella sulla toponomastica “una battaglia di retroguardia” (in genere i rautiani) e quanti ne facevano una questione molto seria (più facilmente gli almirantiani, poi finiani). Si parlava di promuovere intitolazioni di vie, piazze e altri luoghi pubblici a figure del passato gradite e di chiedere la rimozione di tal altre sgradite.

Gusto per il superfluo

Lasciando i missini, coi loro pregi e difetti, a un sereno giudizio storico, a dire il vero, è sempre parso alle menti più lucide che una certa politica avesse per il superfluo un gusto quasi morboso, una tendenza ad accalorarsi inversamente proporzionale all’importanza del tema. Meglio chiarirsi, ci sono epoche in cui anche il valore simbolico di un nome su una targa ha un peso di rilievo. E’ il peso della storia che si sta scrivendo, che non parte certo dalla toponomastica, ma che anche in essa trova un’espressione dall’alto valore evocativo e testimoniale. Fu così per l’Italia del Risorgimento e dell’Unità, per quella del fascismo e per la successiva.

La storia scritta dai vincitori

In epoca più recente, quando l’indimenticato consigliere comunale di Verona (poi deputato) Nicola Pasetto insieme a Roberto Bussinello e Mario Rolando, riuscì nel 1988 a far intitolare una via a Sergio Ramelli – ancora in tempo di Prima Repubblica – la cosa suscitò una giusta e bella emozione. Ma anche in quel caso si parlava di storia, di un atto di giustizia che mirava, oltretutto, a far rimarginare le ferite di una stagione terribile. E’ noto, peraltro, che, come i libri di storia e i grandi giornali, anche i nomi delle vie li scrivono (e li riscrivono) i vincitori. Quindi ci siamo dovuti accollare indirizzi che rimandano a Marx, a Togliatti, a Mao e persino a Stalin e al maresciallo Tito, il massacratore delle foibeIn molti casi c’è da rabbrividire, in qualcun altro ci sarebbe da insorgere. Ma va pur detto, che, tenendo conto della battuta “non discutere mai con un cretino perché la gente potrebbe non riconoscere la differenza”, è consigliabile non avventurarsi in dispute che, quando intraprese da certi soggetti, producono risultati assai sconcertanti.

A quando una “Via Craxi”?

A Milano ad esempio c’è chi vorrebbe omaggiare di un’intitolazione Josef Radetzky, il comandante delle truppe austroungariche protagonista della dura repressione delle Cinque Giornate. Curiosa anche la proposta di un ex assessore che avrebbe voluto riportare corso Vittorio Emanuele II all’antica denominazione di Corsia de’ Servi. Sempre nel capoluogo lombardo tiene banco la vexata questio su una dedica a Bettino Craxi. A prescindere dalla scarsa credibilità di certi fans dello scomparso leader socialista, parliamo, probabilmente, del più grande statista italiano del dopoguerra, uno che ha riportato in posizione eretta la schiena della Nazione. E con lui Milano era Milano, con punte di luccicante grandezza, pur con disdicevoli risvolti affaristici. Ma una cosa è certa: addossare a Craxi tutta la responsabilità del malaffare italiano e milanese è stato ed è uno dei peggiori esercizi di malafede politica e culturale che abbiamo conosciuto. Che gli sia rifiutata una targa su queste basi è piuttosto avvilente, così come farne a meno non dovrebbe togliere il sonno a nessuno.

Il caso di Ladispoli

Stesso discorso per un altro ricorrente braccio di ferro toponomastico, quello che riguarda la figura di Giorgio Almirante, l’ex segretario missino, icona della destra, ancora molto amato da quanti, a torto o a ragione, se ne ritengono eredi. L’ultimo caso (qui descritto e opportunamente commentato), a Ladispoli, sul litorale romano, dove il Comune aveva espresso l’intenzione di dedicargli una piazza. Bene, con un riflesso condizionato che i cani di Pavlov gli fanno… un baffo, sono scattati la solita Anpi e i consueti urlatori de sinistra. E giù indignazione, condanne e annunci mobilitanti. Bene, è notizia proprio di ieri che “Piazza Almirante” si farà. Alla faccia dei cani di Pavlov. Sicché viene da pensare: ma “via Cose Serie” o “largo Pensiamo all’Italia” non interessano a questi signori? Mah, forse è roba fascista. Quindi no.

Fabio Pasini

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