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Roma, 25 mag – Tra i virologi italiani non esistono solo gli ultras del «chiudete tutto» come unica metodologia di contrasto all’epidemia di coronavirus. C’è chi pensa, come il dott. Guido Silvestri, che i lockdown indiscriminati a questo punto servano a ben poco, e a ben poco serva agitarne lo spauracchio. Lo ha sottolineato in un post su Facebook spiegando che «qui ogni giorno scopriamo cose nuove, e non è saggio rimanere della stessa idea quando cambiano i dati a nostra disposizione».

Sono ormai passati due mesi e mezzo dal giorno in cui il premier Conte decretò la chiusura totale del Paese. E la visione dell’epidemia, alla luce delle scoperte fatte e dei progressi compiuti in ambito sanitario, è cambiata notevolmente: «Se il Presidente Conte o chi per lui mi avesse chiesto il 10 marzo 2020 un parere sul lockdown, avrei detto senza esitazione: “Sì, lo dobbiamo fare, qui e subito”. Perché in quel momento non avevamo altra scelta. Ora, due mesi dopo, sappiamo fortunatamente molte più cose sul virus e sulla malattia, ed è normale che, quando cambiano le informazioni a nostra disposizione, cambino anche le nostre opinioni».

«Alcuni modelli epidemiologici» ha proseguito Silvestri «che hanno previsto grandi benefici dalla chiusura potrebbero essere basati su dati iniziali incompleti e/o contenere errori metodologici». A questa considerazione va aggiunto che «non sempre le chiusure “totali” hanno dato risultati migliori delle chiusure parziali o limitate (vedi New York vs. Florida)». Spesso durante il lockdown i focolai maggiori sono rimasti circoscritti all’interno di determinate strutture non tutelate dalla chiusura, come «case di riposo, ospedali, famiglie, industria della conservazione della carne, ecc.», mentre i contagi in altri ambienti sono rari.

Senza contare «i danni psicologici della chiusura prolungata sui bambini e adolescenti», oltre agli inevitabili danni socio-economici che gli italiani si troveranno a fronteggiare nei mesi a venire – e chissà per quanto.

E infine, «stanno emergendo terapie in grado di limitare la morbilità e mortalità da Covid-19». Ognuno di questi punti, conclude, «meriterebbe un saggio di dieci o venti pagine che naturalmente non ho il tempo di scrivere adesso. Ma il punto è un altro. Il punto è che io non sono né pro-chiusura né contro-chiusura. Io sono solo pro-scienza, pro-evidenza, e pro-dati. Sono uno che si fa un mazzo cosi’ per studiare e comprendere la mole enorme di dati che emergono ogni giorno su Covid-19, e questo compito richiede, oltre a tanta competenza (non ce lo scordiamo, signori virologi della domenica!), anche una notevole apertura mentale ed onestà intellettuale».

Cristina Gauri

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2 Commenti

  1. È possibile non dare più voce a questi virologi chiunque essi siano? Possiamo rimandarli nei loro laboratori a lavorare e togliergli il ruolo di opinionisti?
    Hanno fatto, tutti abbastanza danni

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