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Roma, 2 apr – Il caso di Walter Biot continua a riempire le prime pagine dei giornali. Comprensibile, inevitabile, perché questa vicenda è stata consegnata ai media e da subito ha generato molto clamore. Si può pensare che sia del tutto normale, vista la gravità dell’accusa. Un ufficiale italiano che vende documenti militari riservati a un agente di una potenza straniera è un fatto grave, molto grave. A prescindere dalla nazione estera in questione, piaccia o non piaccia la Russia. Eppure c’è qualcosa che stona in tutto questo e deve farci drizzare le antenne. Perché è quantomeno inconsueto che un affare di spionaggio venga reso pubblico in tal modo, per giunta con enfasi e dichiarazioni pubbliche del ministro degli Esteri.



Walter Biot, quanto clamore per una spia

Quante altre volte è successo? E’ forse un caso unico nel suo genere? Chi ha voluto che questa vicenda finisse sotto i riflettori? Se il reclutatore fosse stato un agente di un’altra nazione avrebbero fatto uscire la notizia? Sono queste le domande da porsi in questo momento, per diverse ragioni. Intendiamoci, non stiamo dicendo che le autorità italiane dovrebbero evitare la trasparenza, ci poniamo soltanto alcuni interrogativi d’uopo.
Risposte certe non ce ne sono. Possiamo tirar fuori ipotesi e congetture, ma le prove mancano e verosimilmente mancheranno sempre. Nessuno dirà mai chi ha voluto innescare questo clamore. D’altronde tutti hanno spie, tutti fanno operazioni di controspionaggio, tutti provano a reclutare uomini inseriti in strutture chiave. E per tutti è essenziale mantenere discrezione per non far saltare tappi sconvenienti.

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Lo zampino Usa

Ma alcuni indizi sulla longa manus di questa operazione mediatica sono piuttosto evidente. Tracce che portano oltreoceano e si ricollegano alla nuova Guerra Fredda avviata da Joe Biden. Una nuova era Usa inauguratasi quasi in concomitanza con la nomina di Mario Draghi a primo ministro in Italia. L’ex presidente della Bce si è presentato così: “Questo governo sarà convintamente europeista e atlantista, in linea con gli ancoraggi storici dell’Italia”. Due settimane fa il presidente degli Stati Uniti ha lanciato un’accusa senza precedenti all’omologo russo Vladimir Putin, definendolo un killer e avvisandolo che avrebbe pagato un prezzo. Di per sé tutto rientra nello stesso gioco, atlantista appunto, che va avanti dal primo dopoguerra. C’è però una sostanziale differenza tra il metodo diplomatico di Trump, più “distensivo” nei confronti della Russia, e quello di Biden.

Il cosiddetto “Russiagate” continua insomma a lasciare strascichi. A Washington preme molto che i suoi alleati rimarchino la propria fedeltà assoluta, soprattutto dopo alcuni strappi (spesso più apparenti che altro) avvenuti negli ultimi anni. Le estemporanee virate di alcuni partiti europei, si vedano i casi di Lega e M5S, non sono affatto piaciute alla Casa Bianca. Per gli Usa è importante quindi far notare che Mosca tesse trame in Europa, cercando di carpire anche segreti militari. Cosa che si presume facciano pure gli Stati Uniti, ma il dito va puntato soltanto verso est.

Se le parole non bastano

L’ordinanza di custodia cautelare del giudice di Roma ci dice che Walter Biot era in contatto con i russi da cinque mesi. Come riportato oggi dal Corriere della Sera, l’ufficiale italiano avrebbe consegnato “181 foto di materiale in gran parte classificato come ‘riservatissimo’ di cui 47 file ‘Nato secret’ classificati come ‘segreti’”. E’ quindi probabile che i servizi italiani, coadiuvati dai carabinieri del Ros (e anche qui dovremmo aprire una parentesi sull’eccezionalità del caso), fossero a conoscenza da mesi dei movimenti di Biot. L’ufficiale italiano è stato però arrestato soltanto ieri, con Biden alla presidenza Usa e Draghi primo ministro in Italia. Dopo le accuse di Biden a Putin e Draghi che ha rimarcato l’atlantismo del governo italiano. Probabilmente a qualcuno non bastavano le parole.

Eugenio Palazzini

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