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Milano, 11 gen – Dopo un lungo silenzio stampa Alberto Zangrillo torna a parlare bocciando la suddivisione per colori delle Regioni prevista dagli ultimi Dpcm. L’intervento del primario di intensiva del San Raffaele è arrivato nel tardo pomeriggio di ieri, proprio nelle ore in cui l’esecutivo si riuniva per discutere delle regole – ancora più restrittive – da introdurre nel nuovo Dpcm in vista del 16 gennaio. 

Zangrillo: “Suddivisione per colori solo in casi estremi”

Ai microfoni di AdnKronos il prorettore dell’università Vita-Salute sostiene la necessità di mantenere i «nervi saldi» per convivere con il coronavirus, e tenere sotto controllo la situazione delle strutture ospedaliere: sono gli ospedali e i pronto soccorso la cartina al tornasole della situazione, perché «un elevato numero di contagi non si traduce necessariamente in un’emergenza sanitaria». L’applicazione della sofferta – e sempre più indecifrabile – «misura coercitiva su base cromatica», ovvero la suddivisione del territorio nazionale in base ai colori dovrebbe scattare «solo in casi estremi», prosegue Zangrillo.

“Lombardia in zona rossa? Ma gli ospedali non sono in sofferenza…”

Il primario è critico anche nei confronti dell’inasprimento delle regole annunciato dal governo. Misure che potrebbero far scattare la tanto temuta zona rossa in alcune Regioni italiane, Lombardia compresa. «Io lavoro e osservo: le strutture sanitarie della mia regione non sono in sofferenza. Dal 22 dicembre nel mio ospedale ricoveriamo una media di 4 pazienti Covid al giorno. I medici sul territorio fanno la loro parte e purtroppo continuano a morire molte persone indipendentemente dall’infezione virale» incalza Zangrillo.

Sempre in tema «colori», Zangrillo boccia la possibilità che si entri in zona rossa con 250 nuovi contagiati per 100.000. «Io sono un povero medico ospedaliero che si preoccupa di gestire con tempestività e qualità la diagnosi e la terapia della patologia. Ma credo che la mitigazione dell’incidenza di patologie gravi da infezione virale dipenda nell’ordine: da cure corrette e tempestive, dalla responsabilità di ognuno e solo in casi estremi si debba applicare la misura coercitiva su base cromatica», ha spiegato.

Un numero elevato di positivi non significa emergenza

Il primario conclude sottolineando che «un elevato numero di contagi non si traduce necessariamente in un’emergenza sanitaria». «Tanti positivi» non significano altrettanti pazienti da ospedalizzare. La percentuale di asintomatici rimane altissima. Pertanto, «Convivere con i virus, non con il virus richiede: nervi saldi, grande attenzione ai numeri della clinica, profilassi vaccinale con un piano realistico e non utopistico, credere nell’azione di un sistema sanitario che si occupi con tempestività e rigore di tutte le patologie». E conclude con il solito, ahinoi inascoltato appello: «Basta con i titoli ad effetto dei media che servono solo a disorientare, spaventare e proporre banalità».

Cristina Gauri

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